martedì 4 ottobre 2016

Referendum: qualche riflessione

refe
Referendum.
Riforma: debole (nessun vero cambiamento). 
Ragioni del SI: poverelle (tanto pe cambia').
Ragioni del NO: inconsistenti (la riforma non è in grado di stravolgere nulla, anzi, una svolta autoritaria e un riduzione della democrazia sembrerebbero motivi per il SI visto come vanno le cose con l'attuale sistema).
Quindi chi vota NO in realtà farebbe proprie le ragioni semplicistiche del SI ovvero "così non cambiamo nulla" e di contro chi vota SI lo farebbe proprio perché vede nei presagi del NO (oligarchia, meno democrazia,ecc. ecc.) un qualche futuribile miglioramento del sistema paese. 
All'atto pratico la vittoria del NO nel congelare la Costituzione cosi com'è per i prossimi 10-15 anni favorirebbe una coalizione trasversale per la riforma in senso assolutamente proporzionale della legge elettorale riportando il paese agli anni '80 (subito prima di tangentopoli, periodo che molti rimpiangono, Craxi, il pentapartito, il manuale Cencelli per la spartizione di tutto, che bei tempi direbbe Checco). 
A livello internazionale sarebbe la solita figuraccia (italiani: spaghetti mandolino dire cosa e poi fare altra) ma tanto ci siamo abituati.
La vittoria del SI invece potrebbe - non subito, ma in un futuro possibile - permettere che si arrivi ad una situazione politica di relativa stabilità ed ad una riforma più strutturata della Costituzione e delle istituzioni nel loro complesso, ad apportare dei correttivi al sistema comunque necessari; ma si tratta di una scommessa. 
Propongo una diversa formulazione del quesito (lo so che non si può fare):
"Scommettete che il testo, scritto male e di non facile lettura, della legge costituzionale concernente disposizioni per favorire una stabilità politica ed una possibile svolta autoritaria, il minimo contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e l'accentramento di maggior potere allo Stato, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016, possa portare cambiamenti favorevoli al futuro dell'italia ?" 
Per me vale la pena di provare, tanto peggio di così....

mercoledì 13 luglio 2016

Del bene e del male

Il disastro ferroviario di Corato lascia letteralmente atterriti. 
Una tragedia evitabile se si fosse fatto ricorso alle tecnologie disponibili ma li, in quel tratto, si viaggiava ancora come 70 anni fa.
E' partita la caccia ai responsabili, sicuramente si tratta di un errore umano visto che la tecnologia questa volta si può dire praticamente assente, mentre un guasto, una fatalità, possono essere a volte un buon sollievo per le coscienze. 
Si dirà che gli uomini sbagliano, in modo più o meno grave, spesso assolutamente in buona fede, altre volte per stanchezza, pigrizia, leggerezza od altro. Si sta già cercando di ampliare la platea dei responsabili, di quelli che potevano prevedere, pensare, fare, finanziare, appaltare, ecc. ecc.  e invece non lo hanno fatto. 
Mi viene quindi da riflettere sulla enormi difficoltà che si incontrano ogni giorno per fare bene, per fare del bene, in una lotta spesso impari contro il male. Ogni giorno molti operano per il bene degli altri, comunque credendo di operare in tal senso, ed allo stesso tempo trovano continui ostacoli, difficoltà, imprevisti. Qual'è l'origine di queste difficoltà se non un male diffuso, spesso impalpabile, che origina tutto nell'egoismo individuale, nel più o meno bieco interesse di molti, tanti, troppi. C'è poi un male riconducibile ad un conflitto tra valori quando in un confronto tra obiettivi, desideri scopi, l'ordine delle cose viene stravolto, e si da più importanza ad una cosa che ad un'altra secondo una visione soggettiva che non tiene conto dell'insieme.
Il capostazione che ha fatto partire il treno pensava sicuramente di fare bene, di ridurre le attese, di far aspettare meno i viaggiatori ma forse ha letto male, o ha capito male, magari un numero, un orario. La stanchezza, il caldo. 
Ma se non era nelle condizioni non doveva stare li... troppi straordinari..? 
Ci si domanderà: ma voleva guadagnare di più il singolo (gli stipendi bassi, il bisogno) ? o è l'azienda che risparmia sul personale (le poche risorse, la mala gestione, gli stipendi dei dirigenti, i mancati incassi) ?
La causa di tutto è probabilmente riconducibile ad un piccolo male od alla somma di piccoli mali.
Se non pago il biglietto o non pago le tasse io sono un pochino più ricco ma l'azienda ferroviaria ha meno soldi per i lavoratori, per la sicurezza, per gli investimenti, il capostazione sbaglia ed i treni vanno a sbattere.
Se non voglio che il mio terreno sia espropriato per fare le opere (un secondo binario) io alla fine forse sarò un po' più ricco ma nel frattempo la ferrovia rimane meno sicura ed i treni vanno a sbattere.
Se voglio fare qualche soldo con i lavori farò di tutto per prendere l'appalto, ricorrerò, bloccherò, denuncerò, corromperò; sarò un po' più ricco anche se si dovrà riscrivere, decidere, deliberare, correggere ed i lavori tarderanno. Ed i treni intanto vanno a sbattere l'uno contro l'altro.
Se voglio essere rieletto devo migliorare le cose li dove sono i miei elettori, o dove gli elettori sono di più, ed allora certe cose possono aspettare, certi interventi si possono rimandare, non si possono buttare ora i pochi soldi in infrastrutture secondarie. Si torna purtroppo a pochi soldi per i lavoratori, per la sicurezza, per gli investimenti, il capostazione sbaglia ed i treni vanno a sbattere.
Se voglio viaggiare meglio voto chi mi promette investimenti, chi usa le mie tasse come dico io, nella mia città, non chi si impegna per un binario sperduto nella poco abitata pianura pugliese. Il mio piccolo bene è in realtà un piccolo grande male perché i treni, non solo in Puglia ma in tutti i posti un pò abbandonati, continueranno a sbattere.
Ma se le cose stanno così ha veramente senso puntare il dito contro il singolo? Penso che la frase "individueremo i responsabili" debba essere tradotta in "individueremo i capri espiatori" perché di quello, quando tutti nel proprio piccolo sono responsabili, si ha sempre un grande bisogno.


lunedì 27 giugno 2016

Una proposta strategica per il Presidente Renzi

Il Presidente del Consiglio naviga in acque molto difficili. Il risultato delle recenti elezioni amministrative che hanno dato ai Cinquestelle il governo di due città "capitali" sono il segnale di una "convergenza" contro l'attuale governo di tutte le forze di opposizione. Un voto "contro" che mette in secondo piano "tutto",  qualsiasi fatto positivo scompare di fronte ad una qualsiasi piccola stonatura, ad un qualsiasi problema ancora da risolvere, anche di fronte all'inesperienza ed ai rischi dello scegliere un'alternativa di rottura dai contorni indefiniti. 
In questo quadro Renzi costituisce per tutti un comodo parafulmine dove dirigere e scaricare tutti i problemi del paese. Mai come in questo periodo va di moda il detto "piove, Governo ladro"; è sempre e comunque colpa del Governo che sbaglia sempre e se dovesse, per caso, fare bene, è per l'appunto solo un caso. 
In questo clima il partito del "no" al referendum costituzionale ha ed avrà vita veramente facile; anche la minoranza interna del PD cerca visibilità con i distinguo, si prepara a sfoderare un "l'avevamo detto" secondo il principio - parecchio cinico - che una vittoria di Pirro è sempre meglio di una sconfitta (dimenticando che poi segue una sicura sconfitta). 
Legare poi il proprio futuro politico agli esiti del referendum costituzionale non è stata una mossa vincente per il Presidente;  ha assicurato alle opposizioni una comoda alternativa - rispetto alla sfiducia - per arrivare alle dimissioni del Governo ed al voto anticipato; quando pur di assicurare l'attuale "stabilità di governo" è dovuto scendere a diversi (anche troppi) compromessi. Ha dimenticato che l'obiettivo delle opposizioni è sempre è comunque votare il prima possibile (gli atteggiamenti "responsabili" in genere non premiano perché l'elettorato ha memoria cortissima) per cui l'equazione "la gente vuole cambiare, sarà con me" si è trasformata in "la gente non è con te, cambiamo te e le riforme - buone o cattive - possono attendere".
La recente Brexit, che da un lato ha rincuorato il fronte euroscettico, pone di nuovo il Governo nella posizione di facile bersaglio, i risultati saranno comunque scarsi e le promesse disattese, e se proprio non si potranno negare i successi si cercherà di attribuirli ad altri, magari alle opposizioni.
Tutta questa situazione è probabilmente dovuta ad una debolezza di fondo dell'esecutivo che, nonostante tutto, rimane un governo della prima Repubblica, frutto di accordi parlamentari tra i partiti, e non un governo plebiscitario espressione della volontà popolare (premierato, presidenzialismo, ecc.) che sembra, a detta degli esperti, andare tanto di moda nelle democrazie più avanzate.
Come può Renzi uscire dall'angolo dove si ritrova rinchiuso (almeno in parte per colpa sua) e dove, dopo aver incassato un mare di colpi, non lo aspetta altro che il knock out di ottobre con l'inevitabile sconfitta al referendum?
In Parlamento, anche se si tende a dimenticarlo, non ci sono i numeri per fare nulla e quello che il Governo è riuscito a fare lo ha fatto "forzando la mano" con i voti di fiducia. Più volte è dovuto scendere a patti, trovare soluzioni di compromesso, sporcarsi le mani, fare scelte anche impopolari.
Anche la minoranza interna continua nell'opera di "logoramento" del Segretario che, indebolito, arriverà al congresso già sconfitto. La difficoltà del "doppio incarico", la richiesta (velata) di dimissioni dalla segreteria, sono segnali evidenti d'insofferenza e di una prossima resa dei conti.
In questo scenario la fine del governo Renzi, ed in senso lato della sua carriera politica, è solo questione di tempo. Sembra di leggere qualcosa di simile a "Cronaca di una morte annunciata" di Màrquez.
Che fare? Forse l'unica via di uscita è un brusca accelerazione. Quando il motore è ingolfato bisogna spingere violentemente sull'acceleratore. Rovesciare il tavolo. Fare quello che gli altri non si aspettano e contraddire se stessi. Accantonare parole come stabilità, responsabilità, continuità e, non ancora sconfitto, abbandonare il campo. Ma non la segreteria (ha vinto contro Bersani, ha il voto popolare).
Dimissioni del Governo. Preso atto delle posizioni interne al Partito che, seppur minoritarie, inneggiano al cambiamento, si sale a Colle e si depositano le dimissioni nelle mani del Presidente. Una bella crisi extraparlamentare da prima Repubblica. Al buio.
Si lascia libero il campo per spersonalizzare il tema delle riforme e si rimanda la palla al Parlamento che, sovrano, dovrà trovare una via d'uscita dalla crisi.
Il Presidente della Repubblica lascerà in carica il Governo per l'ordinaria amministrazione e aprirà formalmente la crisi di Governo. 
Le consultazioni. In luglio. Al caldo.
Un governo balneare ? Un mandato esplorativo ? E poi a chi? Larghe intese? Governo del Presidente? Governo tecnico?  E la chiusura delle Camere (le ferie dei parlamentari)?

Tutta l'ingovernabilità della prima repubblica su tutte le pagine dei giornali (riecco il teatrino). 

Tutti i Partiti in Parlamento (M5S incluso, ormai è una forza di governo nelle grandi città, "responsabile") sotto processo dai media, nelle fauci dell'antipolitica. Apertura estiva straordinaria della terza camera (Vespa).

Scenari: 

  • in agosto o in settembre secondo incarico a Renzi. Non cambia nulla ma Renzi ne esce molto rafforzato e può scaricare, anche in caso di insuccesso, le responsabilità su tutti gli altri (irresponsabili);
  • governo di transizione, o balneare. Difficile trovare in numeri alla Camera dove ci sono ancora troppi Renziani ma non impossibile. Comunque vada Renzi può giocare  da segretario del PD il suo ruolo ed appoggiare - quasi dall'esterno, il SI alle riforme, il SI al cambiamento, e poi si vedrà;
  • si sciolgono le Camere, elezioni a ottobre o novembre. Governo in carica per altri tre mesi. Situazione invariata rispetto alla situazione attuale ma senza la preventiva sconfitta al Referendum e con molta più confusione ed incertezza, tutte cose che spingono verso il SI al referendum e per un voto più "ragionato", e poi si vedrà;
  • ci sarebbe la possibilità di un accordo trasversale M5S e tutto il resto contro il PD (è successo a livello locale) ma sembra veramente improbabile a livello nazionale.

Un azzardo. 
Fantapolitica.
Si, decisamente. 
Però... da un fan di House of Cards uno un pochino se lo aspetta.


venerdì 9 ottobre 2015

Il Sindaco

Risultati immagini per marino
A me il Sindaco Marino non mi è mai piaciuto. Se uno fa il medico con passione come tutti i medici dovrebbero - a me sarebbe piaciuto - non ti passa neanche per l'anticamera del cervello di metterti a fare un lavoro lontanissimo dai tuoi studi, dalla tua esperienza, dalle tue conoscenze. Se poi sei pure forestiero in una città dove i quartieri fanno nazione in termini di identità e cittadinanza dovresti avere il buon senso di evitare. Il politico, il parlamentare, posso pure capire, li magari un'esperienza in determinato settore può servire, può dare un contributo. Ma il Sindaco di Roma, l'amministratore di uno dei più grandi condomini del mondo non era per lui. Se poi, come credo e sono convinto, parliamo di una persona fondamentalmente onesta, un po' disattenta come spesso capita ha chi ha troppe cose per la testa, addirittura distratta e con un'eccessiva fiducia nel genere umano, talmente in buona fede da far pubblicare le ricevute che non avrebbe dovuto farsi rimborsare (in pratica armare il nemico), messe in tasca e poi finite tra le altre e pure rendicontate con poco zelo e troppa leggerezza da qualche impiegato, ma vale probabilmente lo stesso per la macchina in divieto di sosta e le relative multe, e per tutta la serie di innumerevoli gaffes sempre puntualmente registrate, possiamo solo pensare che no, non era proprio il lavoro per lui.

E' vero, il Sindaco Marino non mi è mai piaciuto, ma mi sono piaciuti ancor meno, decisamente meno, tutti gli altri.

Tutti, a cominciare da tutte le strutture dell'amministrazione comunale, nelle sue diverse articolazioni, nelle controllate, ATAC, AMA, ecc. con le quali Marino si è dovuto scontrare in ogni occasione nel tentativo di metter ordine, in realtà di tappare le innumerevoli falle, di intervenire nel marasma all'origine del grave dissesto finanziario di una città che brucia fiumi di denaro senza riuscire a risolvere i problemi. Sprechi in parte dovuti all'incapacità, alla scarsa volontà, ma anche all'avidità, al malaffare. La magistratura, come abbiamo visto, avrà da fare ancora per molto.
Mi è piaciuto molto poco anche il PD, probabilmente troppo preoccupato a gestire le minoranze interne, e per il quale Marino è diventato sempre più un problema che una soluzione, un danno all'immagine di un PD che, se a livello comunale è a pezzi, a livello nazionale preferirebbe inanellare successi e non collezionare - di riflesso come partito del sindaco - critiche, fallimenti, denunce. Vero è che più tentativi sono stati fatti per affiancare il sindaco ma come dire, lo sventurato non ha perso occasione per farsi facile bersaglio di critiche, di fornire argomenti ai numerosi nemici.
I pentastellati poi, il M5S, mi sono piaciuti ancor meno avendo fatto della capitale essenzialmente un laboratorio sul piano della comunicazione. Una nave scuola dove esercitarsi ed allenare i propri campioni a svolgere il ruolo di opposizione dura, mediatica, che è quella a cui assistiamo nelle interviste e nei talk show. Del resto, rendiamocene conto, il ruolo di opposizione permette a tutti di esercitarsi senza responsabilità, di studiare, di approfondire. Oggi a distanza di più di due anni il M5S inizia a definire le strategie, a capirci qualcosa di come funziona la macchina, ruba la scena a Salvini ed alla Lega, che pure vantano un maggiore esperienza. Diciamo che ora il M5S è arrivato a poter esprimere alcune figure politiche e con un'inversione di marcia (ricordiamoci  il no interviste, no giornalisti, no TV, gli anatemi di Grillo su chi usciva dalle righe) che spiega come tutto fosse finalizzato a prendere tempo, il tempo necessario a selezionare e formare le figure giuste. Probabilmente, a dispetto di una strategia ben costruita, il M5S vede la caduta di Marino un po' troppo anticipata rispetto ai loro piani, avrebbero avuto bisogno di altro tempo per individuare un plausibile candidato sindaco. La rapida retromarcia degli attuali leader del M5S, attualmente parlamentari obbligati (boh ?) a terminare il mandato lo interpreterei come un "troppo presto, non siamo pronti..". Forse Renzi ha ragionato in tal senso nel decidere di dire basta.
Anche i giornali ed i giornalisti mi sono in realtà piaciuti molto poco. Non mi sono piaciuti perché mettendo davanti a tutto il clamore, l'interesse, l'audience, hanno creato un caso su un episodio, un funerale, eclatante quanto si vuole, a cui non dovevano - solo allo scopo di rimarcare sospette inefficienze nella macchina dell'amministrazione - dare una visibilità enorme, concedendo così una sostanziale vittoria, gli altari mediatici, a chi non sembrava proprio meritarli.
Negli Stati Uniti neanche il nome di chi compie stragi deve essere noto, non merita  infatti di essere ne nominato ne ricordato.
Tra chi vive a Roma, in molti di noi, c'è il ricordo di altre cerimonie simili. I romani onesti, un po' rassegnati ma armati di una potente indifferenza, sanno di cosa si tratta e si tengono alla larga dalle cerimonie private.
Ora stiamo a vedere. 
Ci aspetta un periodo di commissariamento e, non c'è che dire,  si tratta di un capolavoro politico delle opposizioni fatto per il bene della città, che durante il Giubileo si troverà nella stessa situazione di un comune sciolto per mafia, tutto molto bello.
Poi finalmente, in primavera, nuove elezioni. Se qualcuno riesce a convincere Francesco Totti a candidarsi sono assolutamente certo che oltre alla totalità del voto romanista potrebbe raccogliere anche il voto di moltissimi tifosi laziali, vincendo così addirittura al primo turno.

mercoledì 9 settembre 2015

Mezzogiorno magnus et felix

Si studiano ancora oggi a scuola la Magna Grecia, la Campania felix, e tanti altri momenti della storia dove il Mezzogiorno del nostro paese è stato non solo un protagonista della Storia ma addirittura a volte l’interprete principale o comunque una delle Guest Star nel lungometraggio del progresso, della cultura, dell’innovazione ed anche della ricchezza. Tante cose sono cambiate da allora, il mondo, l’economia, i sistemi produttivi, l’organizzazione del potere, le popolazioni, tutto è diverso. Viene il sospetto che il Mezzogiorno, un po’ come Roma che è stata a capo dell’Impero, potesse essere grande solo in quell'epoca, in quel contesto, con quel sistema di scambi commerciali, con quelle tecnologie, in quella civiltà. E’ questa una visione strettamente “storica” dello sviluppo che racconta come la compresenza di una serie di fattori favorevoli, acqua, clima, manodopera, risorse naturali, nuove tecnologie, sono alla base della crescita di una civiltà, di una grande città, di una nazione. Ovvero un colpo di fortuna. Si potrebbe quindi pensare che il mezzogiorno, come l’antico Egitto, l’antica Grecia,  come Roma, ha già avuto il suo colpo di fortuna e forse il suo destino è quello delle città abbandonate dopo la corsa all’oro. Finito l’oro, finita la città. Essendo indisponibile quel determinato mix di fattori che in determinato tempo e luogo sono motori dello sviluppo, fattori destinati a cambiare nel tempo, non è possibile l’avvio di un auspicato processo di crescita anzi si assiste ad un continuo abbandono ed impoverimento di quei territori. E’ questa la condizione del mezzogiorno (penso all’ultimo rapporto SVIMEZ che disegna un quadro desolante)? Siamo all’inizio della fine? Tra qualche decennio avremo qualche capoluogo della Sicilia ricoperto dalla vegetazione come i templi Aztechi ? Ci sono una serie di indicatori che riguardano la popolazione che fanno temere di si. Alcuni luoghi stanno morendo. In questa lenta agonia iniziano a venir meno anche i fattori fondamentali per la crescita e lo sviluppo come i giovani, in particolare la famiglie giovani ed i loro figli, sostituite solo parzialmente da quelle degli immigrati. Immigrati che, come fattore di sviluppo economico, potremmo definire cinicamente “manodopera a basso costo”, in realtà in grado solo di riprodurre – senza poi riuscire a essere comunque competitivi  -  un modello di sviluppo (o forse un’economia di sussistenza), propria dei paesi ancora in via di sviluppo e lontani da una condizione di benessere diffuso (Cina, India, ecc.).
Dopo il sostanziale fallimento di anni e anni di intervento statale su quelle aree, in grado solo di rallentare, allontanare po’ nel tempo, un destino che sembra ormai segnato, viene il sospetto che sia stato tutto sbagliato e che in concreto si continui a sbagliare. Viene anche da domandarsi se non si fosse mai intervenuti in quei territori, se l’intervento straordinario nel mezzogiorno non fosse mai esistito come sarebbe andata la storia. Come sarebbe oggi il mezzogiorno senza le cattedrali nel deserto, senza le industrie abbandonate, senza tutti quei dipendenti pubblici, con pochissime infrastrutture, senza acqua? L’ondata migratoria del ‘900 non si sarebbe forse mai arrestata ed oggi disporremmo di enormi aree abbandonate, forse una grande riserva naturale.
In realtà le cose non sono andate così e negli anni si è fatto molto, tanto. Se confrontiamo il mezzogiorno del secondo dopoguerra con il mezzogiorno di oggi le cose sono parecchio cambiate. La Napoli di Totò e della Loren e la Napoli di oggi sono drammaticamente diverse (immagino in qualcuno più anziano una leggera nostalgia) . Per non parlare poi di Matera, della Puglia con l’acquedotto o delle coste della Sardegna (forse a certo turismo erano da preferirsi le pecore, ma ci vuole pazienza).
Sono stati in passato sicuramente fatti grandi errori, anche degli scempi, ma leggiamo ogni giorno di un mezzogiorno che resiste, che non vuole gettare la spugna. Troviamo moltissimi “singoli casi isolati” di successo nelle regioni del sud. Innovazione, brevetti, ricerca, tante storie positive di giovani del sud che però non ce la fanno a controbilanciare le tante disfunzioni, i fallimenti, i guasti del sistema, la criminalità, l’immobilismo di una pubblica amministrazione piuttosto malridotta. Le iniziative di successo sono spesso come piante in un vaso, crescono bene all’inizio, la terra è buona, concimata ed annaffiata regolarmente, ma poi il vaso non basta più, diventa piccolo, le radici soffrono, la pianta soffre e muore. E quando si prova a cambiare vaso qualcosa va spesso storto. Manca sempre qualcosa, il vaso, la terra, il concime.
Non vanno poi dimenticate le eccellenze del nostro mezzogiorno (le nostre miniere d’oro), alcune produzioni agricole sono uniche al mondo per l’assoluta qualità ed alcuni siti turistici sono di enorme interesse e ci si domanda sempre se siano adeguatamente valorizzatati. Troppo spesso si assiste a scelte sbagliate in questo settore, a volte si fa di tutto per limitare, depotenziare, una domanda che sembra volere crescere (penso a Pompei, sempre motivo di polemiche sulla sua conservazione e gestione) e dall’altro si promuovono con grandi investimenti siti che poi, a causa di altre situazioni al contorno, non riescono ad entrare nei circuiti turistici  e finiscono per essere quasi dimenticati (penso ai bronzi di Riace).
Che si può fare per avere una seconda età dell’oro, come può il paese fare in modo che il   suo mezzogiorno torni “grande e felice” ? Una delle possibilità, in un approccio assolutamente liberista, è quella di aspettare il colpo di fortuna. E’ possibile che il superenalotto della storia riproduca nel mezzogiorno un serie di condizioni favorevoli da renderlo un nuovo “Eldorado” (scoperta di nuove fonti di energia, elisir di lunga vita od anche qualche favorevole cambiamento climatico), e tutto improvvisamente cambi e ne risulti stravolto, ma sappiamo che la fortuna a volte va anche aiutata (l’oro va innanzitutto cercato).
Sarebbe fondamentale innanzitutto capire cosa si intende per sviluppo di un territorio. Ci aspettiamo in concreto dei cambiamenti, dei miglioramenti delle condizioni di vita, ma bisognerebbe decidere se non proprio un punto di arrivo almeno dei traguardi, delle configurazioni  auspicabili, una qualche idea, una visione del futuro. Perché, a pensarci bene, tra le possibili visioni del futuro ci può essere anche quella di un mezzogiorno sostanzialmente deindustrializzato, disabitato e sottoutilizzato, con un’economia  agricola e turistica in grado di assicurare un relativo benessere agli abitanti rimasti, un sistema di servizi ridotto al minimo indispensabile (anche meno). E’ in realtà la situazione di molti centri minori che vivono di agricoltura e di turismo, per lo più balneare e fortemente stagionalizzato. E’ un modello di sviluppo “bonsai” che è pensato per mantenere una dimensione limitata, richiede un costante piccolo impegno, poco concime, ma non può impegnare molte persone. E questo è il modello a cui si aspira l’emigrazione continuerà ancora a lungo, diminuiranno gli abitanti ed il PIL fino ad una stabilizzazione che vedrà gli abitanti rimasti vivere in condizioni probabilmente migliori. Sarà un territorio vasto ma con un’economia piccola, un mezzogiorno piccolo e felice. Sarebbe bello capire se esiste veramente questo punto di equilibrio o se altri fattori in realtà potrebbero entrare in gioco, se questa specializzazione sia o meno sostenibile e se il turismo come lo conosciamo oggi sia destinato a scomparire o a cambiare forma. Il turismo balneare è un fenomeno relativamente recente, poco più di un secolo, non è detto debba continuare per sempre, prendere il sole seminudi potrebbe – come fumare – diventare fortemente sconsigliato e.. addio spiagge.
Tra le possibili visioni all'opposto possiamo immaginare anche un mezzogiorno completamente diverso, fortemente produttivo, industrializzato, densamente abitato, in cui ogni possibile pezzo di terra è utilizzato da capannoni, fabbriche, fabbrichette, orti, serre, porti, centrali, strade (tante), ferrovie e stazioni (tantissime). Un territorio decisamente antropizzato come lo sono le regioni del nord Italia e molte parti del centro Europa. Se guardiamo una foto del nostro paese dal satellite di notte, con le luci delle città, abbiamo una chiara sensazione di quello che significa un territorio antropizzato, densamente abitato, possiamo correlare direttamente illuminazione notturna,  popolazione, produzione e ricchezza.
Possiamo anche immaginare delle soluzioni miste, con parti del territorio fortemente antropizzate ed altre a vocazione agricola, ma l’importante è immaginare un futuro per i territori consapevoli di ciò che determinate scelte comportano ed operare di conseguenza. Alcuni modelli di sviluppo sono concorrenti, lo sviluppo industriale confligge con quello turistico e con la tutela dell’ambiente (in generale la tutela assoluta dell’ambiente si trova spesso in conflitto con qualsiasi forma di sviluppo, e questo è un bel problema).
Bisognerebbe forse smetterla di scrivere programmi di sviluppo in cui c’è di tutto e per tutti, l’agriturismo, i grandi resort, i B&B, l’hi-tech, l’ingegneria genetica, e chi più ne ha più ne metta, facendo a gare ad inserire le ultime novità. Ora va per la maggiore la share economy, che è qualcosa che presuppone un mondo pesantemente informatizzato e connesso al web, mi aspetto qualche proposta nell’entroterra calabrese dove i telefonini non prendono. Forse dovremmo iniziare a disegnare, a sognare, le regioni del futuro, il mezzogiorno tra cento anni. La politica dovrebbe smettere di promettere finanziamenti per alcuni e strade per altri e invece proporre delle idee di futuro lasciando poi ai tecnici di studiare le soluzioni. La politica non deve pensare all’aeroporto ma deve pensare al  tipo di città che ha bisogno dell’aeroporto e proporre quella, non deve pensare al porto turistico ma deve trovare il sostegno dei cittadini per un centro turistico che prima o poi avrà bisogno di un porto più grande. La politica, che dovrebbe rappresentare le istanze e le aspirazioni dei cittadini, dovrebbe cercare di capire che tipo di futuro essi immaginano per la loro terra. Troppe volte si è proposto un modello indistinto, si è realizzata un’area industriale, voluta e capita da pochi, per poi trovare ostacoli insormontabili nel realizzare le strade e nell’insediare le aziende.
Il mezzogiorno dovrebbe finalmente chiedersi, nelle sue articolazioni territoriali, nelle regioni e nelle grandi città, cosa vuole fare da grande e prima ancora se vuole diventare grande. Sembra spesso un studente svogliato che preferisce ripetere l’anno, sorbirsi un fiume di ripetizioni e di rimproveri, lamentarsi in continuazione da un lato di non essere portato per lo studio e dall’altro che nessuno lo aiuta ne a studiare ne ad imparare un mestiere; poi se vai a vedere quando vuole sa fare tutto, è un mago del pc, ma appena può scappa al bar con gli amici o in spiaggia a giocare. Fa pure qualche lavoretto, in nero, quanto basta per pagarsi qualche viaggio. E’ il momento di scegliere, prendere un riferimento, un modello, e quindi puntare a raggiungerlo. Meglio un’idea sola ben chiara che tante idee confuse. Insomma darsi da fare indipendentemente se l’obiettivo – il benchmark -- è il Principato di Monaco oppure l’isola di Pasqua. Solo per chiarezza le favelas brasiliane non sono da considerare un obiettivo da prendere come riferimento (cerchiamo di migliorare, anche se alla criminalità organizzata il modello potrebbe non dispiacere per la grande disponibilità di manodopera; alcuni quartieri delle nostre città del mezzogiorno hanno un loro perché).
Se quindi si aspira a diventare una Montecarlo del Sud la prima cosa da fare è garantire la sicurezza, che nessuno rubi, borseggi, rapisca chi viene ad investire il proprio denaro (legalità). E prima di tutto occorre che nessuno faccia il furbo, con nessuno (basta stereotipi). Perché a Montecarlo certe cose non si fanno. Poi magari si penserà al casinò. Se si pensa alla Costa Smeralda come riferimento forse il sistema della infrastrutture deve venire prima degli alberghi. Se il posto è bello, facilmente raggiungibile, sicuro, poi le case, gli alberghi, le attività commerciali, arrivano da sole.
In realtà decidere è la parte più difficile perché se il richiamo della ricchezza è forte, le luci della città attraenti, anche la calma e la tranquillità (l’inedia) hanno il loro fascino. Così i giovani meridionali, un po’ come una gran parte del mezzogiorno (penso alle aree più isolate), vivono questo conflitto anche internamente ed alcuni emigrano perché non possono aspettare che il luogo dove sono nati offra le stesse possibilità di lavoro del nord Europa, ed altri si adeguano ad uno stile di vita “bonsai”, con poche aspirazioni e pretese, sperando che il tempo sistemi le cose. Le belle storie di successo sono quelle di quei giovani che resistono e creano da soli le loro opportunità di lavoro, eppure il contesto non sembra aiutarli a sufficienza, come se loro idea, il loro modello di futuro, non sia poi così condiviso.
Mi domando se in queste situazioni non sia necessario un intervento esterno, qualcuno che decida per tutti, un cesare, un imperatore che costruisca (o ricostruisca) ponti, strade, castelli, porti e, visto che siamo ai giorni nostri, aeroporti, centrali, fabbriche, università, reti informatiche.

Anche gli imperatori hanno però sempre avuto qualche problema ad amministrare le province lontane da Roma, eppure non ci pensavano due volte a mandare gli eserciti.

martedì 7 luglio 2015

L'abbaglio

Ho qualche idea sulla situazione della Grecia e vorrei condividerla. E' qualche anno che ho a che fare con "l'Europa", con le istituzioni europee, con i regolamenti, con le persone e mi sono fatto un'idea abbastanza chiara della forza, della bontà e dei limiti del "progetto" europeo.
Tanto per cominciare l'Europa non è un'idea "democratica". E' un progetto che è stato promosso dalle elite intellettuali (da Mazzini in poi) ricordando il passato e sognando il futuro, con una visione, un'idea di pace e prosperità troppo alta e complicata per essere espressione di un desiderio e di una volontà popolare. 
Se dopo la seconda guerra mondiale qualcuno avesse proposto un referendum, una consultazione, chiedendo al popolo sovrano se fosse interessato ad unire il suo paese alla Germania o alla Grecia, avremmo avuto percentuali di no molto più elevate di quella spuntata da Tsipras. Sentimenti come la rivalsa, l'odio, anche magari un desiderio di vendetta, la semplice diffidenza, il profondo nazionalismo e, a piccola scala, gli irrinunciabili campanilismi, avrebbero facilmente orientato le scelta. 
Ripescando nei ricordi  (penso al  fallimento del progetto di Costituzione Europea https://it.wikipedia.org/wiki/Costituzione_europea) trovo conferma del fatto che l'idea di un'Europa veramente unita è in genere sconfitta se posta, attraverso un voto popolare, a confronto con i sentimenti di appartenenza, con l'idea di patria, di nazione.
L'Unione Europea, federale, confederale o in qualsiasi altra forma la si possa disegnare, se vogliamo ascoltare le parole che provengono dalla Grecia, è un progetto probabilmente minoritario tra i cittadini europei. Abbiamo visto che l'approccio di tutela degli interessi "nazionali" è vincente e, quando si parla alla "pancia" del paese, l'attenzione alle conseguenze diventa scarsa (se le posizioni si irrigidiscono la Grecia è destinata al fallimento). Se si contrappone una "posizione" (neanche un interesse) nazionale rispetto a delle indicazione terze, esterne, è fin troppo facile trovare un ampio consenso. Anche il tema dell'emergenza immigrazione si muove sulle stesse note (ognuno per se). 
Nonostante quindi la mancanza di un vero forte consenso popolare, lentamente, in tanti anni, con pazienza, per passi successivi, tentando qualche scorciatoia, a volte con qualche pausa e qualche passo indietro, comunque l'ambizioso progetto dell'Unione Europea è andato avanti. 
Oggi i più giovani scorrazzano per l'Unione con una libertà e con delle possibilità inimmaginabili solo cinquant'anni fa. Su moltissime cose l'Unione Europea è un grande successo.
Grande limite delle istituzioni europee è però probabilmente quello di sottostimare continuamente quanto sia forte la contrapposizione tra "nazionalismo" ed "europeismo", quanto sia lungo e faticoso trasformare italiani, inglesi, francesi, ecc. in "europei". I "texani" sono americani del Texas. Gli "inglesi" (ma vale anche per gli altri) sono ancora inglesi e basta e non europei che vivono in Inghilterra.
Tra Europa e Grecia (ma sarebbe lo stesso tra Europa e Italia) si sceglie il proprio paese come allo stesso modo, tendenzialmente ma in modo più attenuato, si predilige la propria regione o la propria città.
Ma se l'Europa fosse stata già oggi una realtà, un stato federale (gli Stati Uniti d'Europa), come sarebbe stata la crisi greca ?  Probabilmente non ci sarebbe stata oppure, se l'Europa federale avesse comunque previsto la stessa autonomia di cui dispongono oggi gli Stati (cosa che in realtà non potrebbe essere, l'economia ed il fisco dovrebbero essere gestite a livello europeo), l'intervento sarebbe stato esattamente l'attuazione - forse anche più severa - delle proposte delle istituzioni europee, che avrebbero comunque sostenuto uno Stato in difficoltà, comunque imponendo tagli, correzioni, misure di varia natura. E' quello che fa qualsiasi Governo quanto un ente locale, un Comune, una Regione, si trova in difficoltà finanziarie, interviene, rifinanzia, ristruttura la spesa, anche se opportuno commissariando l'Ente.
Le istituzioni europee tendono a muoversi pensando che l'Unione Europea sia qualcosa di più di un circolo sportivo - al quale ci si iscrive, si paga la quota,  si utilizzano gli impianti messi a disposizione (se mi stufo me ne vado, se costa troppo me ne vado, se posso fare casino in piscina ed invitare chi mi pare resto - approccio utilitaristico che non dispiace a molti) - e pensano invece che l'Unione sia uno stato quasi-federale da gestire nella sua interezza cercando un approccio ed applicando regole il più possibile comuni; regole comuni e condivise sono alla base di ogni convivenza, anche in un circolo sportivo.
Quello che leggo sui giornali, l'abbraccio di molti alla posizione del governo greco vista come il desiderio di un'Europa diversa, migliore, più umana, più egualitaria, libera dalle banche, dalla finanza, mi sembra uno spaventoso abbaglio. E' possibile pensare ad una pacifica convivenza se non si è disposti ad accettare il sistema di regole, l'organizzazione, anche le decisioni, di chi prova ad organizzare qualcosa di più complesso di un circolo sportivo ? 
La dimensione dell'abbaglio si misura non solo nell'appoggio ad un approccio "nazionalista" (nel senso di difesa di una posizione tutta nazionale) ma anche nell'attacco diretto a chi, purtroppo non disponendo di poteri soprannaturali ma con ragionevolezza, ha proposto soluzioni ed ha trovato sul fronte greco solo rifiuti; fronte che pone oggi sul tavolo ancora la plateale conferma delle sue posizioni e dice: "vedete, i miei sono tutti con me". Tanto piacere. Benissimo. Basta austerity.  Ma chi paga ? 
Così sull'onda dell'emozione, la sinistra europea a parole europeista di fatto affossa l'Unione Europea affermando che al circolo sportivo Europa ognuno si fa le regole per conto suo, se alcuni lasciano l'acqua delle docce aperte, non pagano il conto del bar, parcheggiano dove gli pare la moto, non si può essere troppo rigidi, è gente troppo simpatica, sportiva, giovane, tutti - democraticamente - molto uniti fra di loro. Torna la domanda: ma chi paga ? 
La risposta è semplice. Gli altri. Mi sembra una grande conquista. Vero progresso. Far pagare gli altri. Oltre duemila anni di storia per giungere all'importante traguardo che democrazia è far pagare gli altri. E io che pensavo che democrazia è far pagare a tutti il giusto.
Ma no, gli altri sono le banche, sono loro che devono pagare. Già, peccato che le banche non sono altro che amministratori dei risparmi di altri, per cui se pagano le banche pagano i risparmiatori.
Quindi a pagare deve essere chi risparmia. Le formiche.
Ma vuoi vedere che la storia della cicala e la formica, alla fine, approfondendo bene, è la cicala ad avere ragione. E io che avevo capito il contrario. Tutta colpa della suore che promuovevano falsi ideali come il lavoro, il risparmio, la prudenza.
Il problema di oggi della Grecia è che il circolo sportivo Europa, pure se il gestore è un po' troppo tedesco nel pretendere il rispetto delle strutture e delle attrezzature, è un circolo troppo comodo; negli ultimi anni ci si è proprio divertiti, anche troppo. Gli altri soci ti fanno regali e ti prestano pure i soldi. Andare a giocare orgogliosamente altrove, in altri campi magari poco illuminati, può essere pericoloso e costare decisamente più caro. 
Come può uscire la Grecia da questo labirinto del quale in pratica nessuno  - neanche le istituzioni europea - conosce una facile via d'uscita?  Non sarebbe male un bagno d'umiltà e forse le dimissioni del Ministro dell'economia Varoufakis sono un timido segnale. Stiamo a vedere.



giovedì 12 giugno 2014

La consultazione sulla P.A. Cavolo se le sono lette !

Quando è giusto è giusto. 
Ho inviato le mie idee sulla PA all'indirizzo rivoluzione@governo.it con la mia usuale dose di scetticismo. Ma ti pare... sarà tutta un finta... Poi quando hanno dichiarato più di 30.000 mail ho pensato.. bah.. alla fine si rivelerà una boutade.
Invece no.
Qualcuno le mail se le è lette. Non so come le avranno suddivise, scremate, scelte, però del lavoro è stato fatto.
Sul sito delle funzione pubblica è stato pubblicato un sunto, un riepilogo di quanto emerso e guardate qua che cosa ho trovato al punto 26:

http://www.funzionepubblica.gov.it/media/1173062/rivoluzione_report%20finale.pdf

26) una sola scuola nazionale dell’Amministrazione 
....
Complessivamente si evidenzia che a coloro che sono favorevoli alla proposta, anche evocando il modello francese dell’ENA, si contrappone chi si chiede se serva veramente una scuola dell'Amministrazione o se forse non sia meglio utilizzare per aggiornare e formare i funzionari ed i dirigenti le università pubbliche e/o private, l'esperienza all'estero, gli scambi di funzionari, le organizzazioni internazionali: a giudizio di taluni, le scuole "dedicate" creano settori chiusi, tendenzialmente autoreferenziali. 

E cosa avevo scritto io:
26)   una sola scuola nazionale dell’Amministrazione
Serve veramente una scuola dell’Amministrazione? O forse non sarebbe meglio utilizzare per aggiornare e formare i funzionari ed i dirigenti le università pubbliche e/o private, l’esperienza all’estero, gli scambi di funzionari, le organizzazioni internazionali. Le scuole “dedicate” creano settori chiusi, tendenzialmente autoreferenziali, spesso delle lobby. Si vuole ancora favorire la creazione di “caste” di alti papaveri , le elites, le diplomazie, (e già …quelli vengono dalla scuola nazionale …dall’accademia ….) o forse nel terzo millennio non è il caso di lasciarci alle spalle questi retaggi ottocenteschi. Si potrebbe eccepire che certe cose non si insegnano all’Università, occorrono scuole altamente specialistiche. 
...........
Questo io lo chiamo copia-incolla.
Non posso quindi  far altro che ufficialmente testimoniare che i contributi sono stati effettivamente analizzati ed utilizzati.

Anche in altri punti le mie proposte/idee sono contemplate (forse sono condivise anche da altri) ma non in maniera così "esatta"

Che dire.
Brava Ministro Madia! Brava Marianna !


(Magari poi la riforma farà schifo... però, per ora, tanto di cappello).

martedì 20 maggio 2014

Perchè non si riescono a spendere i fondi strutturali europei

Per gli addetti ai lavori.
Ma no, è solo uno scherzo, pura invenzione.

In una grande famiglia del nostro paese si viene a sapere che alcuni parenti se la passano piuttosto male. Alcuni cugini, i loro figli e le loro mogli, sembrano affetti da una stana malattia. Presentano una situazione di sottosviluppo, di mancata crescita, debolezza fisica, anche scarso rendimento scolastico, non riescono a trovare lavoro, sono depressi, e questa situazione preoccupa tutto il parentado che spesso è costretto a mandare soldi.
La situazione è tanto grave che anche alcuni amici dall'estero sono molto preoccupati, sanno che queste situazioni rovinano il clima familiare e fanno perdere un sacco di opportunità.
Si decide allora di intervenire e si cerca tra parenti e amici, anche all'estero, se qualcuno conosce qualche luminare in grado di affrontare la questione. Un professore belga, dopo aver molto analizzato il caso, fatto pure qualche visita, propone, sempre rimanendo a stretto contatto con la famiglia attraverso l'unico componente che conosce il francese, un professore, una cura piuttosto articolata.
E' un problema di alimentazione e di ambiente. Questi parenti mangiano poco e vivono male. Dobbiamo farli mangiare bene, ristrutturargli casa, pagargli pure qualche ripetizione a scuola.
La famiglia si domanda come riuscire a far tutto questo, già manda parecchi soldi ai cugini anziani che poi aiutano gli altri più giovani. Allora, come si fa in tutte le famiglie,si inizia a fare i conti, si  chiamano a raccolta tutti i parenti anche i più lontani e da ultimo si organizza una bella colletta con gli amici all'estero e, meraviglia, si riesce a mettere assieme un sacco di soldi.
Anzi no, si riesce a mettere assieme un sacco di promesse, si impegnano tutti a pagare, ma poi i soldi, i contanti arriveranno un pochino alla volta.
I soldi promessi sono veramente tanti ed appena arriva la notizia subito inizia la corsa a chi è più povero, tutti a scrivere che la sua casa è quella ridotta peggio, che i suoi figli vanno male in matematica, che ha l'orto pieno di talpe, e via dicendo.
Il professore a questo punto, presa con una mano la relazione del medico belga e con l'altra il mazzetto delle richieste dei parenti, inizia a chiedere qualche dritta sia alla famiglia sia agli amici e colleghi di lavoro, il maggior aiuto provenendo inaspettato dagli amici del calcetto, per lo più disoccupati e precari ben contenti di scroccare qualche invito a cena. Alla fine riesce a mettere insieme dei bei fascicoletti da spedire ai parenti contenenti una bella dieta ipercalorica, le ricette con gli ingredienti, una lista dei lavoretti da fare, ed anche un'ipotesi di quanto spendere. Prepara quindi una bella lettera in cui spiega come funzionerà la cosa, come arriveranno i soldi, quello che deve essere fatto, come devono essere spesi e l'invito a seguire scrupolosamente il ricettario perché è quello suggerito dal medico belga e che dovrebbe assicurare una crescita rapida dei piccoli ed un miglioramento della salute di tutti quanti. Con la lettera vengono spediti anche un po' di soldi con l'assicurazione, non appena avranno spedito tutte le ricevute e gli scontrini, di avere gli altri come rimborso di quanto speso, è questo l'accordo con gli altri parenti e con gli amici all'estero.
Quando arrivano le lettere sono tutti molto contenti. I soldi sono veramente tanti e si decide di organizzare la cosa al meglio. In una famiglia , per esempio, si decide che a gestire il tutto sarà nonno Vincenzo, a cucinare e a fare la spesa saranno mamma Concetta e la zia Pina, il cugino Antonio si occuperà di trovare qualcuno che ripulisca la casa, la comare Rosalia andrà a parlare con i professori a scuola per trovare qualcuno che dia ripetizioni ai ragazzi.
Ma appena la zia Concetta e la zia Pina leggono la dieta consigliata saltano sulle rispettive sedie. A parte che molti piatti proposti erano indicati in francese e solo grazie al telefonino di Santuzza si riusciva a capire di che si trattava, erano prevista un sacco di verdura fuori stagione, di serra, frutta esotica dai nomi strani,  e poi carote, tante carote, che al piccolo Giusepuzzu non si era ancora mai riusciti a far mangiare. Le poverette un po' sconsolate vanno al mercato e li si arrangiano con quello che trovano, qualcosa riescono ad ordinarlo, altre cose no, è proprio impossibile, ci vuole troppo tempo. I negozianti le prendono pure per matte e qualcuno se ne approfitta. Quando la sera Giuseppuzzu vede le carote prende il piatto e lo butta nel secchio con tutto il controfiletto e addio dieta proteica. Il nonno chiede alle due sventurate il conto della spesa e scopre, scontrini alla mano, che le poverette hanno speso più del previsto e che si erano pure perse qualche scontrino... che gli mandiamo ora al professore ?
Il nonno si informa quindi con il cugino Antonio su come va la ricerca dell'impresa per i lavori di casa.
Il cugino riferisce che ha parecchie difficoltà perché appena dice che ha bisogno delle fatture da mandare al professore, tutti si tirano indietro oppure raddoppiano immediatamente il prezzo. Allora, anche per seguire bene le indicazioni del professore, dovrà scrivere a tutte le ditte della zona e chiedere dei preventivi. Ha infatti già incaricato il geometra di predisporre la lettera con l'elenco dei lavori.
La comare Rosalia invece era stata indirizzata, visto che anche lei era alla ricerca di fatture per il professore, in un centro specializzato per recupero e ripetizioni scolastiche. Il prezzo era alto e i docenti di nessuna esperienza (il guadagno andava tutto al titolare) ma purtroppo non c'era altra soluzione.
Passano i giorni e quando finalmente il geometra consegna al cugino Antonio la lettera per chiedere i preventivi iniziano ad arrivare delle telefonate, qualcuno lo ferma per strada, tutti chiedono al cugino Antonio notizie sui lavori, tutti danno consigli, raccontano e vogliono sapere.
Ma il cugino Antonio va diritto  per la sua strada e spedisce tutte le sue lettere. Riceve solo quattro risposte. Tre di queste sono molto alte, ognuna si propone solo per una parte dei lavori e sono stranamente scritte tutte allo stesso modo. Una quarta offerta è più articolata, riguarda tutti i lavori, ed è decisamente vantaggiosa. Il nonno Vincenzo, informato dal cugino Antonio, suggerisce di procedere con cautela perché la ditta che ha fatto l'offerta migliore non è molto conosciuta in paese, sono dei forestieri.
Nei giorni successivi il cugino Antonio prova a contattare la ditta ma questi sembrano essere spariti. Viene poi a sapere che a causa di un corto circuito il loro capannone era bruciato con tutta l'attrezzatura. Il cugino Antonio è cosi costretto a ripiegare sulle tre ditte più care e deve pure sbrigarsi perché il professore vuole notizie e, non appena riceve le prime fatture è pronto a spedire i soldi.
Nel frattempo la speciale dieta proteica procede a ritmo alternato. Le cuoche spendono troppo e il professore rimborsa con troppo ritardo. Senza soldi non possono fare la spesa. E poi il professore si è accorto che stanno comprando cose diverse da quelle previste dal luminare belga e che gli amici stranieri, che per caso hanno trovato tra le carte un biglietto del cinema, non sono disposti a buttare via i soldi, ed hanno interrotto il versamento dei loro contributi.
I lavori all'appartamento procedono a rilento, inizialmente nessuno si decideva a lasciare la propria stanza per far entrare gli operai, poi alla fine il nonno ha liberato la sua così, a rotazione, una stanza per volta i lavori possono procedere, anche se a rilento. Si è poi aggiunto il problema che una delle tre ditte, l'idraulico ha preso un lavoro più grosso e sta trascurando il cantiere facendo rallentare anche gli altri. Il cugino Vincenzo, con l'aiuto del geometra, vorrebbe trovare un nuovo idraulico, ma da un lato l'attuale non vuole rinunciare e dall'altro sembra che nessuno voglia subentrare a lavori già iniziati.
La comare Rosalia intanto è riuscita a far iniziare le ripetizioni a Giuseppuzzu ed agli altri fratelli, ma dopo poche lezioni, tra l'altro già tutte saldate volta per volta, i docenti non si sono fatti trovare, pare non venissero pagati. La comare sta allora cercando delle soluzioni alternative e sembra che in un paese vicino ci sia la possibilità di iscriversi a dei corsi, ma i ragazzi non sono disposti a fare due ore di viaggio per andare alle ripetizioni. La Rosalia, che è un tipo propositivo, sta contattando, sentito il nonno ed il professore, altri parenti, altri cugini, anche loro con lo stesso problema, con l'obiettivo di integrare i vari corsi e se fosse possibile far venire i docenti dai ragazzi.
Tutto va a rilento, il nonno Vincenzo appena riesce a raccogliere un certo numero di fatture e di scontrini li manda al professore, ma è sempre poca cosa.
Il professore insiste e pensa che si sta spendendo troppo poco rispetto a tutti i soldi che era riuscito a farsi promettere dalla parentela e dagli amici, così non ci sarà alcun risultato, nessun impatto, e decide che è forse il caso di controllare di persona.
Nella sua ispezione il professore, accompagnato anche dal cognato Alvise, un commercialista, vuole dare un'occhiata ai lavori, sentire come se la passano i ragazzi, se studiano, se mangiano come dovrebbero. Girando per la casa scopre che solo due stanze sono state completate, una terza è piena di attrezzature e di materiali, ed i lavori sono fermi perché un vicino si è lamentato per i rumori. Il nonno spiega che è solo un pretesto, una vendetta per una vecchia questione sulla proprietà del giardino sul retro.
In cucina, in un congelatore, trova stipati 200 kg di carote che nessuno si decide a cucinare perché a nessuno piacciono, però le hanno prese lo stesso perché erano previste nella dieta del luminare belga.
In salotto Giuseppuzzu sta giocando con un computer portatile. Il professore si ricordava bene di questa spesa perché il nonno Vincenzo gli aveva mandato un fattura che includeva una postazione completa di tutto, stampante, scrivania, sedia ergonomica. Il professore chiede al pronipote dove sono le altre cose e Giuseppuzzu, la voce dell'innocenza, riferisce che lui non ne sa nulla ma che ricorda che insieme al portatile il papà aveva portato il vibromassaggiatore per la mamma e uno schermo piatto per la camera da letto. Giuseppuzzu racconta poi che all'inizio aveva fatto delle di ricerche per la scuola ma poi papà aveva saltato un paio di bollette e gli avevano staccato la linea ADSL. Ora lo usava solo per giocare ed ogni tanto lo portava da un amico per scaricare qualcosa di nuovo.
Disperato il professore decide che senza un intervento esterno che metta a posto le cose non si può andare avanti e chiede al cognato Alvise di rimanere li e di metterci mano, con forza, lui che con le fatture è un esperto. Alvise dice che si può fare, a patto che qualcuno gli rimborsi tutte le spese e gli venga compensato il disturbo. Il professore, costi quel che costi, incarica Alvise di affiancare il nonno Vincenzo in tutte le attività.
Tornato a casa il professore vede subito accadere qualcosa, tanto per cominciare iniziano ad arrivare i rimborsi spese di Alvise e poi, molto lentamente, delle altre spese.
Alvise fa un bel riordino di tutte le carte è riesce a ritrovare parecchi scontrini del supermercato, la fattura della riparazione della caldaia, documenti datati ma comunque del tutto coerenti con gli scopi iniziali e rispondenti ai criteri suggeriti dal professore nella sua prima lettera. Questo permette al professore di spedire dei soldi grazie ai quali si riesce a saldare dei pagamenti rimasti indietro e far ripartire, lentamente, le cose.
Dopo qualche mese, in mezzo alle altre da rimborsare, il professore trova la ricevuta per la riparazione urgente del congelatore. Quello pieno di carote. Il nonno era convinto che sarebbe stato un peccato farle andare a male. E poi i gusti cambiano.

giovedì 8 maggio 2014

Ho risposto a Renzi sulla Riforma della P.A.

Carissimi
Presidente Matteo Renzi e Ministro Marianna Madia,
ho accolto con piacere il vostro invito ed ecco le mie riflessioni su i punti di discussione da voi proposti.
Spero il mio contributo possa risultare di una qualche utilità.

Saluti

Ing. Aldo Perotti


Riporto di seguito tutti i 44 punti suggeriti. Mi sono ovviamente soffermato in particolare solo su alcuni.

Il cambiamento comincia dalle persone

1)      abrogazione dell’istituto del trattenimento in servizio, sono oltre 10.000 posti in più per giovani nella p.a., a costo zero
Prima di procedere all’abrogazione di un istituto ci si deve domandare sempre le finalità che, inizialmente, hanno dato vita allo stesso, ovvero, a che serve o a che serviva il trattenimento in servizio?
Presupposto del trattenimento dovrebbe essere il principale interesse dell’Amministrazione di avvalersi della specifica esperienza e professionalità di una risorsa non immediatamente e/o facilmente sostituibile. Visto che il pensionamento è cosa temporalmente prevedibile l’Amministrazione in realtà avrebbe il tempo per sostituire la risorsa (affiancare, formare, ecc.) quindi il problema è quello della difficoltà di sostituire una risorsa (blocco turnover ma anche rigidità delle qualifiche e delle mansioni) che se viene a mancare non è rimpiazzabile con conseguente “crisi” di alcune funzioni. Aggiungiamo che il trattenimento in servizio può anche “far comodo” per questioni pensionistiche al dipendente che, oltre a guadagnare qualcosa in più della pensione, può incrementare il monte contributi e gli anni di servizio per incrementare l’assegno. Il vantaggio del dipendente e la possibilità per l’Amministrazione di “mettere una pezza” ad un problema renderebbe il trattenimento in servizio qualcosa di utile. In realtà l’uso distorto dello strumento, che si concreta nel trattenimento in servizio del dipendente solo ed esclusivamente nell’interesse di quest’ultimo, concesso dalla dirigenza probabilmente con leggerezza, costituisce un danno per l’Amministrazione. Probabilmente l’istituto non andrebbe abrogato, ma piuttosto diversamente regolamentato per evitarne l’uso distorto e garantire l’effettiva necessità del trattenimento in servizio del dipendente.
Proposta:
Il trattenimento in servizio di un dipendente può essere effettuato solo per un tempo limitato necessario a completare una attività di affiancamento/trasferimento di esperienze nei confronti di una o più risorse precedentemente individuate (almeno 6/12 mesi prima) della teorica cessazione dal servizio. L’Amministrazione sa che sta per perdere una risorsa importante. Per tempo deve organizzare il “passaggio” per garantire continuità. Se non lo fa o non è in grado di farlo il trattenimento in servizio è solo un costo per l’Amministrazione. Ovviamente l’Amministrazione deve essere messa in grado di individuare al suo interno risorse umane adatte a prendere il posto del dipendente in uscita.

      2)      modifica dell'istituto della mobilità volontaria e obbligatoria
Forme di mobilità volontaria ed obbligatoria già esistono nella P.A. Gli istituti del distacco e del comando hanno negli anni vissuto alterne vicende ed hanno funzionato spesso come “surrogati” di una vera e funzionale mobilità, ma sono anche strumenti suscettibili di un uso distorto. La “mobilità per esubero” credo non sia mai stata attuata perché per attuarla occorrerebbe quantificare degli esuberi, ma prima ancora definire le effettive necessità di personale, tutte operazioni queste molto complesse dove tutto è discutibile, organigrammi, funzioni, carichi di lavoro, ecc.
Ma cerchiamo di capire perché è difficile “spostare” gli impiegati pubblici. Prima di tutto bisogna chiarire che, tipo di lavoro a parte, cambiare luogo di lavoro è sempre qualcosa di poco piacevole e ha sempre dei costi. Viaggiare e/o spostarsi per motivi di lavoro è un parametro che pesa notevolmente nel trade-off lavorativo specialmente per i dipendenti pubblici che hanno stipendi mediamente molto bassi (escludendo ovviamente la dirigenza che ha stipendi molto alti). Un trasferimento che comporti costi aggiuntivi può incidere in maniera insostenibile su un impiegato, in concreto diventa una riduzione importante di stipendio. Ovviamente tutti ambiscono a soluzioni che gli permettano di comprimere i costi ed i tempi alla ricerca di una migliore qualità della vita. Lavorare vicino o lontano da casa per un impiegato pubblico fa la differenza. A complicare ulteriormente le cose ci sono poi le differenze stipendiali (a parità di funzione e mansione), ma anche altri piccoli vantaggi, benefit di vari natura (agevolazioni di orario, incarichi, indennità, ecc.), esistenti fra Amministrazioni per cui certi luoghi sono particolarmente ambiti ed altri molto meno. Ovviamente nei posti migliori è difficilissimo essere trasferiti, comandati, distaccati, non essendoci mai carenze di organico e non essendoci mai nessuno disposto a lasciare una posizione di vantaggio. Allo stesso tempo dai posti peggiori tutti vorrebbero andar via e di conseguenza la dirigenza è costretta a bloccare qualsiasi tentativo di allontanamento respingendo qualsiasi richiesta che è in grado, legittimamente, di respingere. In estrema sintesi qualsiasi spostamento che abbia per l’impiegato un qualsiasi trade-off positivo (economia di tempo, maggiore stipendio, benefits, ecc.) è ovviamente ambito. I trade-off negativi non possono che essere singolarmente, collettivamente e sindacalmente osteggiati. Va da se che se qualcuno deve vedere peggiorata la sua condizione lavorativa (e questo deve poter succedere) la cosa deve essere motivata, anzi direi di più, malmeritata.
Proposte:
Contratto pubblico unico. Differenziazione stipendiale solo se motivata e ragionata. In tutta la P.A. allargata (Regioni e società pubbliche incluse) a pari lavoro dovrebbe, fondamentalmente, corrispondere pari stipendio. Quindi, ferma la paga unica nazionale, mobilità volontaria libera, a semplice domanda, ovunque sia richiesto del personale. Le differenze stipendiali dovrebbero essere meritate, conquistate, sul campo, lavorando. Devono essere ricostruiti dei percorsi di carriera che tengano conto del lavoro svolto e dell’impegno profuso evitando metodi di selezione strettamente nozionistici che come è noto non funzionano, promuovono solo chi ha tempo e modo di studiare/memorizzare (da cui il detto: o lavori o fai carriera).Vanno abolite le rendite “di posizione” che creano immotivate differenze da luogo a luogo, da Amministrazione ad Amministrazione. In tutto lo Stato ad un certo lavoro deve corrispondere un determinato stipendio base. Va lasciata alla dirigenza la responsabilità di: premiare, incentivare, penalizzare attraverso qualsiasi strumento legittimo (come avviene nel lavoro privato), il personale, motivando i diversi provvedimenti. La dirigenza acquisirà forse un maggiore potere discrezionale sul personale ma di conseguenza anche una maggiore ed assoluta responsabilità. Allo scopo di attivare le dinamiche di mobilità volontaria, si dovrebbe lasciare alla dirigenza un ampio margine di trattativa sulla parte variabile dello stipendio, questo permetterebbe di incentivare in qualche modo gli spostamenti di personale, magari verso sedi disagiate. La dirigenza, per una piena responsabilizzazione, dovrebbe poter “scegliere” e “motivare” il proprio personale con degli strumenti idonei che vadano oltre l’amicizia e/o la pacca sulla spalla. La mobilità non deve essere collegata all’idea che “li si guadagna di più” (senza un vero motivo) ma alla possibilità ovvero, “li potrò lavorare (se sono in grado) di più e quindi guadagnare di più”
Per quanto riguarda la mobilità obbligatoria, presupponendo l’attivazione del contratto unico, li dove fossero presenti degli esuberi di personale appare chiaro che non sarebbe ne possibile ne giustificato distribuire premi o incentivi, riducendo tutti alla paga base. Una parte del personale per forza di cose andrà subito alla ricerca di altre collocazioni (la mobilità volontaria è libera) dove comunque potrebbe essere possibile ottenere/spuntare, almeno in prospettiva, un incremento sulla parte variabile. Per il personale che non riesce ad accedere alla mobilità libera si dovrà far ricorso alla mobilità obbligatoria attualmente regolata dalla legge, ma dovrebbe essere un problema di dimensioni ridotte.

3)      introduzione dell’esonero dal servizio
All’esonero dal servizio hanno avuto accesso per un periodo di tempo limitato negli scorsi anni un certo numero di impiegati pubblici. Probabilmente l’idea nasce dall’assunto che il personale della P.A. prossimo alla pensione sia, per una serie di ragioni, scarsamente produttivo, tanto da risultare conveniente lasciarlo a casa e risparmiare un po’ sullo stipendio. L’impiegato rinuncia ad una parte dello stipendio ma sostanzialmente è in pensione, un anticipo di pensione di importo ridotto. Gli unici interessati a questa iniziativa sono quegli impiegati per questioni soggettive (altri redditi o altre possibilità di reddito) possono ben volentieri rinunciare ad un po’ di soldi e godersi anzitempo la libertà dal lavoro.
Proposta:
Si tratta essenzialmente di un prepensionamento. Se lo scopo è quello di favorire l’uscita del personale più anziano è forse più opportuno affrontare la questione diversamente intervenendo caso per caso in quelle situazioni dove l’uscita anticipata dal lavoro costituisce una possibile soluzione ad un problema di esuberi. Si potrebbe istituire “lo stato di crisi” di una Amministrazione dando la possibilità di avviare al prepensionamento i dipendenti più anziani, pensando anche a degli incentivi, come spesso avviene nel settore privato.

4)       agevolazione del part-time
Anche il part-time ha vissuto alterne vicende. Prima molto incentivato, poi ultimamente combattuto. Il problema di fondo è che non è ben chiaro dove finiscono i vantaggi e gli svantaggi del part-time. La questione è molto complessa e si deve analizzare la questione sotto diversi punti di vista. Articolazione del part-time: una articolazione del part-time (per percentuale e/o per forma) avulsa dall’organizzazione dell’ufficio può risultate molto svantaggiosa per l’Amministrazione in quanto la risorsa alla fine rischia di essere utilizzata molto meno di quanto previsto contrattualmente (fino a non esserlo affatto); di contro una articolazione ritagliata sui momenti più gravosi potrebbe risultare svantaggiosa per il dipendente che si trova a lavorare quasi come gli altri ma con uno stipendio inferiore. Tipo di lavoro: alcune attività della P.A. che richiedono continuità non sono compatibili con il part-time ma allo stesso tempo alcune attività potrebbero essere svincolate da qualsiasi orario. Part-time di necessità: in alcuni momenti della vita (figli piccoli, genitori anziani) può risultare necessario ed economico lavorare (e guadagnare meno) per questioni personali; favorire queste situazioni è una questione di civiltà.
Proposta:
Il part-time non ha bisogno di essere agevolato o incentivato, va solo regolato al meglio. Va definito il perimetro di applicazione del part-time, escludendo alcuni settori ma allo stesso tempo permettendo lo spostamento di chi ne ha la necessità in settori dove il part-time è possibile. Va regolata al meglio l’articolazione del part-time per garantire il possibile reale impiego lavorativo del dipendente che non deve (neanche volontariamente) risultare “accantonato”.

5)      applicazione rigorosa delle norme sui limiti ai compensi che un singolo può percepire dalla pubblica amministrazione, compreso il cumulo con il reddito da pensione
E’ un falso problema che sorge per un uso distorto di strumenti che hanno una loro ragione di esistere. Se i compensi fossero realmente collegati all’impegno profuso, al lavoro svolto e non all’arbitrio di chicchessia che fa un uso “disinvolto” del denaro pubblico a vantaggio di un ristretta cerchia, non sarebbe assolutamente possibile cumulare incarichi e compensi indipendentemente dalle capacità lavorative dell’essere umano che dispone di sole 24 ore al giorno. Se si collega il compenso, realmente, all’impegno necessario, il limite sarà dato, oggettivamente, dall’impossibilità materiale di svolgere efficacemente più incarichi. La patologia consiste nell’attribuire incarichi che richiedono poco o nessun impegno (od anche svolti – senza alcun problema -con poco o nessun impegno) e nel compensarli in maniera immotivata ed eccessiva. Diverso è il discorso dei pensionati che con il progressivo passaggio al sistema contributivo saranno “lavoratori” come gli altri che ad un certo punto della vita iniziano a recuperare/spendere quanto accantonato in precedenza non potendo “teoricamente” essere produttivi come un tempo. Impedire, o comunque contenere, la possibilità per un pensionato di lavorare per lo Stato potrebbe far venir meno la possibilità di utilizzare proficuamente, ove necessario, la loro professionalità ed esperienza. Rimane da valutare attentamente il valore e la necessità effettiva di questo contributo responsabilizzando seriamente chi sceglie di avvalersene.

6)      possibilità di affidare mansioni assimilabili quale alternativa opzionale per il lavoratore in          esubero
Questa possibilità dovrebbe intervenire solo alla fine di un percorso di mobilità come alternativa al licenziamento. Trattandosi di mansioni” assimilabili” in realtà non si dovrebbe porre il problema se non nella definizione di “assimilabile” che non dovrebbe essere troppo ampia.

7)      semplificazione e maggiore flessibilità delle regole sul turn over fermo restando il vincolo sulle risorse per tutte le amministrazioni
Le attuali regole del turn-over che lo limitano pesantemente sono essenzialmente mirate a ridurre progressivamente il numero dei dipendenti pubblici. Se c’è un vincolo di risorse (che teoricamente devono risultare in costante diminuzione per la progressiva riduzione dei costi) non si comprende come semplificare e cosa rendere flessibile. Forse si intende applicare i vincoli a livello di grandi o grandissime strutture per gestire al meglio uscite ed ingressi dirottando le nuove assunzioni nei settori bisognosi e svuotando quelli in esubero? Oppure promuovere una mobilità interna permettendo e favorendo un turn-over tra aree funzionali con un sistema “a scorrimento” che permetterebbe di coprire le posizioni apicali con risorse interne e quindi assumere (a costo inferiore) un maggior numero di qualifiche inferiori il tutto a costi invariati? Il tutto si concretizzerebbe nel tradurre il turn over in un turn-over finanziario in cui il rapporto 1 a 5 è relativo ai soli costi del personale indipendentemente da ruoli e qualifiche. L’uscita di 5 dirigenti potrebbe tradursi nell’ ingresso non di un solo dirigente ma di 2 o forse anche 3 funzionari o magari di 4 o 5 impiegati.

8)      riduzione del 50% del monte ore dei permessi sindacali nel pubblico impiego
Va allineato, se non lo fosse, a quanto previsto per tutti i gli altri contratti di lavoro. Se il lavoro pubblico è un lavoro come gli altri non si devono fare distinzioni.

9)      introduzione del ruolo unico della dirigenza
10)    abolizione delle fasce per la dirigenza, carriera basata su incarichi a termine
11)    possibilità di licenziamento per il dirigente che rimane privo di incarico, oltre un termine
12)    valutazione dei risultati fatta seriamente e retribuzione di risultato erogata anche in                 funzione dell’andamento dell’economia
Questi punti fanno riferimento tutti alla necessaria riforma della dirigenza pubblica. Per quanto riguarda il ruolo unico ci si domanda perché debba esistere un “ruolo” o un “albo” della dirigenza. Gli “albi” esistono per delle finalità specifiche a tutela e controllo di specifiche professioni. Esistono delle procedure abilitanti specifiche per fare l’ingegnere, il veterinario, ecc. Essendo tante le professioni esistono diversi albi. Allo stesso modo se riconosciamo come specifiche le capacità, l’esperienza, la preparazione anche tecnica necessaria per dirigere uno specifico ufficio dovrebbero/potrebbero esistere tanti ruoli quanti sono gli uffici. Questo non è ovviamente possibile ma comunque esistono oggi tanti “ruoli” proprio per voler distinguere in qualche modo le varie specialità. Questo è tanto  vero che molti hanno rivendicato in passato e rivendicano la creazione di un proprio “ruolo”; parlo dei quadri, dei professionisti (ingegneri, avvocati, ecc.) della P.A. Quindi un “ruolo unico” in cui tutti i dirigenti fanno tutto e sanno fare tutto e sono assolutamente intercambiabili l’uno con l’altro non è una cosa molto funzionale. L’idea che esista la figura del “manager jolly” buono per tutte le occasioni è profondamente sbagliata come allo stesso modo è sbagliato il metodo di selezione che proprio con la creazione del “ruolo” e delle “scuole di management”, con l’ingresso diretto dall’esterno di manager giovanissimi ed inesperti, crea enormi disfunzioni e sta distruggendo quel poco di P.A. ancora funzionante. Nelle organizzazioni che funzionano (le più antiche) le responsabilità di direzione non si attribuiscono per concorso a quiz  (i quiz possono essere sufficienti per la patente di guida, ma poi quella che conta è la prova pratica). Non si diventa vescovo o cardinale perché si è scritto bene un bel tema o fatto bella figura ad un colloquio. Non esiste neanche il concorso pubblico per colonnello o generale. Nelle strutture che funzionano esistono sistemi di progressione e carriera che portano ai vertici l’esperienza, la preparazione specifica, lo studio,la capacità, l’impegno, anche il genio e la simpatia, l’astuzia ma anche l’umiltà, e qualche volta l’umanità, tutte cose che molto spesso mancano nel manager pubblico. Non sarà forse che il metodo per selezionarli è sbagliato ? Quindi ben venga l’eliminazione della figura del dirigente a vita ma si dia concretezza all’incarico di dirigere che per definizione, come tutti gli incarichi, i compiti, ha un termine ben definito, va svolto con dei risultati, si pone degli obiettivi (non sarebbe male definirli prima, nell’incarico, e non dopo a consuntivo quando misteriosamente tutti i dirigenti raggiungono gli obiettivi). Se i risultati mancano, o sono scarsi, è evidente che quello non è il lavoro che adatto a quella persona alla quale  non resta che tornare da dove è venuta (perché licenziare qualcuno che magari è stato un buon funzionario, può tornare a farlo). Come si nominano i dirigenti ? Se non esiste un ruolo, un albo, un elenco dei dirigenti, il dirigente può essere chiunque. Chi individua e conferisce un incarico a qualcuno è direttamente responsabile della scelta che ha fatto e risponde degli insuccessi della figura individuata. La scelta del candidato migliore non andrà per forza di cose troppo lontana dalla figura più esperta e capace (e vicina) disponibile. Altre scelte sarebbero, anche se sicuramente possibili, profondamente sbagliate. Le immissioni dall’esterno ? Possibili ma vanno molto ponderate in quanto considerate da sempre figure “ostili” a meno che non si tratti di figure indiscutibili, di grande spessore, in grado di innovare, istruire, formare, far crescere una ufficio, una struttura, anche in termini di prestigio, altrimenti si riducono a “meteore”, “raccomandati di turno”.
La Costituzione prevede testualmente: Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge. Fino ad oggi è forse una delle norme più “interpretate” ed eccepite per legge cosicché i dipendenti pubblici assunti per concorso pubblico “tradizionale” sono solo una parte dei dipendenti pubblici. Il risultato è che la compagine dei dipendenti pubblici è molto variegata (per formazione, esperienza lavorativa, provenienza) e spesso si assiste ad un utilizzo distorto delle risorse umane che per alterne vicende si trovano (pur di lavorare) a far cose per cui non hanno studiato e ad essere spesso sottoutilizzate. Aggiungiamo che questo ha come conseguenza che negli uffici i  dirigenti si trovano ad dover organizzare e gestire quello che trovano e ad accogliere quello che capita con pochissima libertà di scelta dei propri collaboratori (cosa che li deresponsabilizza non poco quando si parla di risultati).
Forse ripensare in toto le modalità concorsuali, istituire una modalità di selezione che passi per un periodo di esperienza sul campo, magari più periodi successivi e in posti diversi, che permetta di effettuare una migliore selezione, può andare a vantaggio di tutti, sia della P.A. che del lavoratore.
Anche l’acceso alla dirigenza dovrebbe prevedere più passaggi, dei periodi di prova. Come per la patente di guida, i quiz, lo studio (spesso mnemonico), non possono bastare.
Per quanto riguarda il collegamento tra compensi ed andamento economico del paese potrebbe avere senso se si potesse dimostrare una qualche forma di correlazione tra il lavoro del dirigente pubblico e il PIL. Si tratterebbe di una sorta di stock-option sulle Azioni Italia come se un dirigente pubblico fosse il direttore commerciale di una grande azienda. Sappiamo che non è così almeno per la maggior parte della dirigenza. La cosa potrebbe avere un senso solo ai massimi livelli. Alla politica forse si potrebbe applicare questa interessante proposta. Il compenso del Governo e delle più alte cariche, e sicuramente  pure quello dei parlamentari, va collegato alla crescita del PIL. Se il PIL diminuisce dovrebbero tutti accontentarsi tutti di un compenso pari alla pensione minima. Negli ultimi anni avremmo avuto consistenti risparmi sui costi della politica.

13)   abolizione della figura del segretario comunale
L’albo dei segretari comunali è uno degli istituiti volti a sottolineare la specificità della figura che ha funzioni e competenze particolari. Se col passare del tempo queste funzioni e/o competenze sono  venute meno per l’evoluzione delle strutture organizzative dei Comuni non ha senso conservare l’istituto.

14)   rendere più rigoroso il sistema di incompatibilità dei magistrati amministrativi

Affinché la magistratura possa affermare il suo ruolo e pretendere il rispetto che merita la funzione di magistrato (qualsiasi magistrato) dovrebbe essere “compatibile” solo con se stessa. Il magistrato non può fare nient’altro che il magistrato.

15)   conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, asili nido nelle amministrazioni
Lodevole iniziativa. Li dove già è attivata ha riscontrato un  grande successo.

Tagli agli sprechi e riorganizzazione dell’Amministrazione

16)   riorganizzazione strategica della ricerca pubblica, aggregando gli, oltre 20, enti che svolgono funzioni simili, per dare vita a centri di eccellenza

Ottimo. Questo permetterebbe di destinare più risorse alla ricerca e meno al mantenimento di una pluralità di macchine amministrative.

17)   gestione associata dei servizi di supporto per le amministrazioni centrali e locali (ufficio per il personale, per la contabilità, per gli acquisti, ecc.)

Rientra nell’obiettivo generale di mettere in comune la capacità amministrativa per realizzare delle economie di scala. Questo ha senso se questa centralizzazione (già esistita nel passato con i Provveditorati  e già presente –rivista - con la Consip) non costituisce ne una deresponsabilizzazione delle altre strutture ne una eccessiva complicazione amministrativa. Il fatto di delegare ad altri parte delle scelte potrebbe portare ad una definizione incompleta o approssimativa dei bisogni a fronte di ipotetici risparmi, ovvero l’acquisto di quantitativi sconsiderati come l’impossibilità di rispondere a precise necessità. Ogni realtà deve conservare la possibilità  e la responsabilità di scegliere e decidere cosa acquistare in termini di beni e servizi e deve poterlo fare nei tempi e nei modi che garantiscano la funzionalità dell’Amministrazione. Deve essere garantita una minima autonomia, una pronta cassa con tutte le cautele del caso (anche un sistema di carte di credito), che permetta agli uffici la stessa funzionalità di una struttura privata.

18)    riorganizzazione del sistema delle autorità indipendenti
Le autorità indipendenti sono realtà piuttosto nuove non previste nella nostra Costituzione pur avendo funzioni e compiti di rango molto elevato e la cui collocazione” gerarchica” non è chiara. Pur essendo indipendenti è ovvio che non possono esserlo totalmente. Probabilmente la riorganizzazione dovrebbe partire da una loro definizione all’interno della Costituzione. Attualmente dipendono in generale dal Parlamento e/o dal Governo che ne nomina i componenti. In tal senso rispondono essenzialmente alla politica e risentono dei cambiamenti politici. Probabilmente non sarebbe sbagliato trasformarle in organi almeno in parte elettivi, gli darebbe maggiore forza.

19)   soppressione della Commissione di vigilanza sui fondi pensione e attribuzione delle funzioni alla Banca d'Italia
L’operazione comporterà dei costi per l’inevitabile allineamento dei costi del personale a quelli,  maggiori, della Banca  d’Italia. O forse si intende ridurre quelli della Banca d’Italia a livello della COVIP o del Ministero dell’Economia ? In quest’ultimo caso vedo possibili consistenti risparmi.

20)   centrale unica per gli acquisti per tutte le forze di polizia
Potrebbe permettere consistenti economie di scala.

21)   abolizione del concerto e dei pareri tra ministeri, un solo rappresentante dello Stato nelle conferenze di servizi con tempi certi
Il sistema dei concerti e dei pareri trova origine nelle specifiche competenze che sono allocate nelle varie Amministrazioni. Non esiste la figura del tuttologo e se qualcuno si arroga questa funzione è certo persona in grado di fare grandi danni. Se si accentra su una unica figura una serie di competenze questa dovrà comunque cercare il consenso e l’approvazione degli specialisti così come il medico di famiglia ordina analisi e  visite specialistiche prima di decidere su una cura. Quindi qualsiasi semplificazione andrà normata con attenzione. Molto utile potrà risultare lo strumento del silenzio-assenso ma attenzione, molte strutture pubbliche potrebbero non rispondere non per esprimere il loro assenso quanto per incapacità amministrativa a rispondere (mancanza di responsabili, di personale, di risorse), potrebbe venir meno il presidio dello Stato su qualche fronte se con troppa leggerezza si estendesse in maniera generica l’istituto del silenzio assenso a tutto. Più intelligente, nella volontà di stabilire  tempi certi, sarebbe un attento bilanciamento degli strumenti silenzio-assenso e silenzio- diniego.

22)   leggi auto-applicative; decreti attuativi, da emanare entro tempi certi, solo se strettamente necessari
Questa cosa sembra una sorta di contrordine compagni. Si parla da anni di delegificazione con lo scopo di gestire i dettagli tecnici con strumenti di ordine inferiore rispetto alla Legge dello Stato proprio per evitare che alcune complicazioni finiscano per bloccarsi nelle aule del Parlamento e delle Commissioni ed ora si propongono delle leggi di immediata applicazione che, per esserlo, devono essere complete sin nei più piccoli dettagli (moduli standard compresi). La soluzione è nel comprimere la procedura di emanazione dei decreti attuativi che potrebbero essere soggetti ad un solo unico ed unico controllo di conformità alla legge effettuato da un organo tecnico (p.es. Corte dei Conti o Consiglio di Stato) e nel giro di massimo 15 giorni divenire esecutivi. Se poi ci sono difficoltà per scrivere i decreti attuativi il problema risiede negli Uffici Legislativi delle singole Amministrazioni; forse si può iniziare da lì a rimuovere qualche dirigente e se del caso qualche Ministro inadempiente.

23)   controllo della Ragioneria generale dello Stato solo sui profili di spesa
Questa iniziativa oltre a velocizzare le procedure potrebbe responsabilizzare maggiormente la dirigenza. Va da se che alcuni controlli propri della Ragioneria sarebbe opportuno che venissero comunque effettuati da strutture interne. In tal senso gli uffici decentrati della Ragioneria potrebbero essere assorbiti dalle Amministrazioni ospitanti.

24)   divieto di sospendere il procedimento amministrativo e di chiedere pareri facoltativi salvo casi gravi, sanzioni per i funzionari che lo violano
Questa cosa non sta in piedi. Se qualcuno sospende un procedimento amministrativo lo fa a ragion veduta e a tutela dell’Amministrazione (dei cittadini tutti) e non per fare un dispetto a qualcuno (se questo avviene è un reato, è un’altra cosa). Se si chiede un parere facoltativo, che comunque è un lavoro, lo si fa perché se ne ravvisa la necessità e non per fare un favore a un collega che si annoia (pure questo sarebbe un reato). Mi limiterei ad applicare le leggi esistenti in materia obbligando al rispetto dei tempi cercando di capire, caso per caso, le ragioni dei ritardi. Nelle maggior parte dei casi dovuti quest’ultimi a seri problemi organizzativi e raramente all’inerzia del singolo.

25)    censimento di tutti gli enti pubblici
Se occorre fare un “censimento” per disporre di una mappa della P.A. temo che qualcuno abbia perso il controllo della situazione. Anche qui si dovrebbero individuare i responsabili .. ma credo e spero che il Ministero dell’Economia, come anche l’ISTAT già dispongano di tutte le informazioni.

26)   una sola scuola nazionale dell’Amministrazione
Serve veramente una scuola dell’Amministrazione? O forse non sarebbe meglio utilizzare per aggiornare e formare i funzionari ed i dirigenti le università pubbliche e/o private, l’esperienza all’estero, gli scambi di funzionari, le organizzazioni internazionali. Le scuole “dedicate” creano settori chiusi, tendenzialmente autoreferenziali, spesso delle lobby. Si vuole ancora favorire la creazione di “caste” di alti papaveri , le elites, le diplomazie, (e già …quelli vengono dalla scuola nazionale …dall’accademia ….) o forse nel terzo millennio non è il caso di lasciarci alle spalle questi retaggi ottocenteschi. Si potrebbe eccepire che certe cose non si insegnano all’Università, occorrono scuole altamente specialistiche. E’ vero, ma quello che non si insegna all’università si costruisce al lavoro, nella ricerca, nelle imprese, e viene insegnato da chi ha vissuto certe esperienze e le trasferisce agli altri nei convegni, nei seminari, in tutte quelle occasioni di crescita culturale e collettiva che a seguire poi diventano oggetto di studio e di insegnamento anche nelle Univeristà. Una scuola della P.A. potrà essere così avanzata ? Fino ad ora non è stato così. Forse più che di una scuola potrebbe essere utile un istituto che organizza e gestisce la formazione senza però disporre ne di docenti ne di strutture stabili, prendendo il meglio dentro e fuori la P.A.

27)     accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione civile
Da troppo tempo se ne parla. Va fatto.

28)   riorganizzazione della presenza dello Stato sul territorio (es. ragionerie provinciali e sedi regionali Istat) e riduzione delle Prefetture a non più di 40 (nei capoluoghi di regione e nelle zone più strategiche per la criminalità organizzata)
Si tratta di trasformazioni molto complesse e di non immediata attuazione. Parlare di Prefetture vuol dire parlare di prefetti e carriera prefettizia. Si tratta di un altro distinguo (non diverso dai segretari comunali) che potrebbe essere senza dubbio abolito. La presenza dello Stato, o meglio del Governo parlando di Prefetture, sul territorio, andrebbe completamente ripensata non solo numericamente e geograficamente ma anche concettualmente. Il rappresentante del Governo, il Prefetto, potrebbe essere sostituito da un dirigente (meglio un incaricato) dotato di specifiche deleghe governative (diverse da caso a caso), una sorta di procuratore con funzioni di coordinamento e controllo, con determinati poteri di firma, di spesa, con competenze territoriali non necessariamente collegate a dei confini amministrativi. Potremmo avere più Delegati Governativi per ogni Regione oppure un unico Delegato su più Regioni limitrofe o su aree limitrofe. Qualche Delegato potrebbe avere competenze specifiche su diversi territori e bisognerebbe considerare possibile la co-gestione di determinati temi e che un Delegato funga da coordinatore di altri suoi colleghi. Si potrebbe così nominare un unico Delegato per la lotta alla mafia nelle Regioni del mezzogiorno con funzioni definite e distinte rispetto a quelle delegate ai singoli Delegati Provinciali/Regionali. Questo sistema potrebbe risultare molto dinamico, a geometria variabile, in grado di rispondere tempestivamente alle varie necessità.

29)   eliminazione dell'obbligo di iscrizione alle camere di commercio
Questa è una battuta di spirito. Le Camere di Commercio svolgono una serie di funzioni relative alla pubblicità delle attività economiche, alle cariche, ai bilanci, che sono fondamentali. La Camera di Commercio per le imprese è paragonabile all’Anagrafe per i cittadini. Vogliamo eliminare anche l’obbligo di iscrizione all’anagrafe per i cittadini ? Non credo sia utile. Semplificare le procedure, ridurre i costi, rendere più efficiente il sistema, queste le cose da fare.

30)   accorpamento delle sovrintendenze e gestione manageriale dei poli museali

L’accorpamento delle Sovrintendenze è essenzialmente un’operazione mirata a ridurre la spesa. Il settore, già in grave ristrettezze, non brilla per efficienza per cui ulteriori tagli non potranno che peggiorare la situazione. La gestione manageriale dei poli museali credo possa essere ben riassunta dal concetto di Museo Azienda. Il Museo diventa un’azienda che promuove e vende specialissimi servizi “culturali”. Vende biglietti, gadget, ospita eventi, concerti, magari anche feste; in concreto “mette a reddito” il bene culturale. Questo è possibile, fattibile, non sempre opportuno. In certi casi può essere molto facile e funzionare in altri l’insuccesso è garantito. I costi per la tutela e la gestione degli spazi museali sono sempre ingenti ed il pubblico pagante spesso scarso. Responsabilizziamo i direttori dei musei, diamogli carta bianca e qualche soldo per iniziare (gli stessi che daremmo ad un gestore/sponsor privato, che va di moda) e vediamo quello che sanno fare. Rinunciamo all’idea che un privato che un privato a pari condizioni possa fare di meglio. Se un privato ci guadagna forse ci sarebbe riuscito anche lo Stato potendo fare le stesse cose e con le stesse modalità operative. Colleghiamo compensi, carriere, potere ai risultati e tutto andrà meglio. Nella Pubblica Amministrazione l’origine di tutti i mali è che quando Tizio lavora a guadagnaci non di rado e Caio e tutti e due guardano Sempronio che fa carriera.

31)   razionalizzazione delle autorità portuali
Tema molto specifico. Per addetti ai lavori.

32)   modifica del codice degli appalti pubblici

Tema impossibile. Da quando l’Unione Europea con le sue direttive sta regolando la materia (con conseguenti continui richiami ed infrazioni), il codice è in continua e costante modifica. Forse è il caso di alzare bandiera bianca e limitarsi alla pura applicazione delle direttive comunitarie abrogando qualsiasi norma nazionale/regionale anche solo lontanamente in possibile conflitto. Limitiamoci al solo recepimento delle direttive, per quanto non regolato bastano le indicazioni/istruzioni dell’Autorità. Importante sarebbe alleggerire il contenzioso trovando delle modalità rapide di annullamento/ripetizione li dove si presentassero degli errori che, nonostante l’impegno, ci possono essere.

33)   inasprimento delle sanzioni, nelle controversie amministrative, a carico dei ricorrenti e degli avvocati per le liti temerarie
Come è noto gli avvocati vincono sempre. Comunque vada la causa il loro compenso è assicurato (anticipo, spese, acconti, ecc.). Più tempo passa, meglio è. Bisogna agganciare il compenso degli avvocati agli esiti della causa anche con il concorso alle spese, avremmo così una pre-analisi legale del contenzioso. Solo le cause che hanno un ragionevole motivo di essere vinte troveranno avvocati disposti a promuoverle e ad incoraggiarle. Le cause perse in partenza non troveranno difensori. Le cause che meritano il giudizio di un giudice andranno ovviamente avanti, e di corsa, perché gli avvocati avranno fretta di incassare o comunque di uscirne fuori limitando i danni. Questa cosa potrebbe funzionare anche nella giustizia civile, non solo in quella amministrativa.

34)    modifica alla disciplina della sospensione cautelare nel processo amministrativo, udienza di merito entro 30 giorni in caso di sospensione cautelare negli appalti pubblici, condanna automatica alle spese nel giudizio cautelare se il ricorso non è accolto
Si tratta di modifiche sensate ma vanno inquadrate forse in una più ampia riforma del processo amministrativo pensando anche a delle soluzioni di pre-contenzioso che diano la possibilità alle Amministrazioni di concordare soluzioni che contemperino i vari interessi in gioco, permettano di correggere eventuali errori ed intervenire a sanatoria ove possibile.

35)   riforma delle funzioni e degli onorari dell’Avvocatura generale dello Stato
Anche l’Avvocatura dello Stato rientra tra quei “distinguo” della storia (come i segretari comunali, i prefetti, e molti altri) che forse andrebbero totalmente ripensati. Non sarebbe meglio che gli avvocati lavorassero e vivessero nelle Amministrazioni per poter dare suggerimenti, consulenze, pareri consigli, così come fanno gli uffici legali delle imprese private? Che senso ha un unico ufficio legale centrale come l’Avvocatura che quando interviene non conosce nulla se non gli atti di causa  e che prima di entrare nel merito impiega settimane se non mesi ?

36)   riduzione delle aziende municipalizzate
Le aziende municipalizzate sono nate per permettere una gestione “aziendale” di determinati servizi. Se la Pubblica Amministrazione cambia in chiave moderna, “aziendalistica”, probabilmente molte funzioni potrebbero tornare ad essere “internalizzate” e tutto probabilmente a costi molto inferiori. Perché sono proliferate ? Perché quella “flessibilità” che viene attribuita all’azienda e la rende più funzionale a svolgere certe funzioni è la stessa che ha permesso un utilizzo clientelare del denaro pubblico, assunzioni facili, incarichi e compensi ingiustificati, come si legge dalla cronaca. Probabilmente ridurle non sarà sufficiente, sarebbe opportuno ripensarle oppure privatizzarle trasformandole in cooperative di servizi.

Gli Open Data come strumento di trasparenza. Semplificazione e digitalizzazione dei servizi

37)   introduzione del Pin del cittadino: dobbiamo garantire a tutti l’accesso a qualsiasi servizio pubblico attraverso un'unica identità digitale
Perché non ripensare la vecchia carta d’identità elettronica come” smart card” unica che permetta un cumulo di funzioni inclusa quella di conto corrente individuale nazionale (basta associare un IBAN) da agganciare al sistema fiscale. Potrebbe essere utilizzata per i pagamenti, per i rimborsi fiscali, per erogare aiuti ed assistenza ai più poveri (tipo social card). Per l’attuazione si potrebbe far ricorso ad un accordo con il sistema bancario (Poste incluse) che potrebbe occuparsi del rilascio della SMART IDENTITY CARD direttamente ai propri clienti (questo velocizzerebbe) magari “sponsorizzando” l’operazione e con la possibilità di promuovere servizi aggiuntivi.

38)   trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche: il sistema Siope diventa “open data”
Iniziativa interessante ma è da valutare la diffusione di dati che potrebbero essere di difficile interpretazione per i non addetti. C’è poi da tener conto che i limite della trasparenza è costituito dal rispetto della privacy. Forse potrebbe essere utile approfondire il tema tenendo in considerazione il fatto che se tutto deve essere conoscibile, qualsiasi spesa, contributo, stipendio, incarico, qualsiasi somma percepita dal pubblico dipendente diventa pubblica allora mi aspetto che dall’altra parte, per tutti i cittadini, sia palese il contributo al bilancio dello Stato palesando tutte le dichiarazioni dei redditi ed i relativi versamenti. Bisognerebbe essere orgogliosi di pagare le tasse. O no ?

39)   unificazione e standardizzazione della modulistica in materia di edilizia ed ambiente
Sarebbe ora.

40)   concreta attuazione del sistema della fatturazione elettronica per tutte le amministrazioni
Idem.

41)   unificazione e interoperabilità delle banche dati (es. società partecipate)
Si può sicuramente fare.

42)   dematerializzazione dei documenti amministrativi e loro pubblicazione in formato aperto
Idem.

43)   accelerazione della riforma fiscale e delle relative misure di semplificazione
Da tenere in debito conto che l’unica possibilità per combattere una parte dell’evasione (lo zoccolo duro) passa per le detraibilità di molte delle spese che vengono effettuate dai cittadini. Va attivato un imponente conflitto di interessi per cui ogni pagamento effettuato in alcuni particolari settori (idraulici, operai, ma anche oreficeria,e via dicendo) deve poter essere fortemente recuperato a livello fiscale. Deve convenire moltissimo chiedere la fattura ed allo stesso tempo deve costare moltissimo non farla. La fattura deve essere in pratica qualcosa cui solo un folle rinuncerebbe. Non sarebbe male poi che i pagamenti elettronici possano sostituire (attraverso il codice dell’operazione o qualcosa del genere) i documenti giustificativi. Il bonifico all’idraulico potrebbe con semplici click trasformarsi in una detrazione e quindi in un eventuale rimborso.

44)   obbligo di trasparenza da parte dei sindacati: ogni spesa online
L’obbligo è da estendersi a tutte le organizzazioni ed a tutte le associazioni in qualche modo destinatarie di contributi o agevolazioni pubbliche (onlus, coop sociali, club sportivi, ecc.).

Roma, 8 maggio 2014