mercoledì 26 marzo 2014

Riforma PA - Qualche idea

Ho buttato giù qualche idea innovativa su come cambiare il lavoro pubblico nel nostro paese partendo dall'analisi dei momenti principali della vita di un dipendente pubblico. Chissà che non arrivi qualcosa a chi può decidere.

L'ingresso
Su questo tema la Costituzione parla chiaro: si accede per concorso (salvo eccezioni). Ma è il concorso il modo migliore ? Forse no, o non sempre, visto che la stessa Costituzione prevede la possibilità - per legge - di derogare. Il termine concorso è poi abbastanza vago per cui negli anni le modalità operative si sono via via diversificate, specificate, dettagliate, trasformando il "concorso" in oggetto piuttosto misterioso, dalle diverse forme e sembianze in funzione della tipologia di impiego a cui si accede. Si trasforma spesso in "concorsone" con una platea immensa di partecipanti che aumentano in maniera direttamente proporzionale al tasso di disoccupazione. Senza disoccupati chi parteciperebbe ad una selezione così folle? E per uno stipendio, a pari livello, mediamente inferiore a quello di un lavoro privato? Negli anni del boom economico l'impiego pubblico era un "ripiego", un second best. Oggi, in funzione della sicurezza che garantisce, è indubbiamente molto ambito. Ambitissimo addirittura in quei casi, in realtà limitati numericamente rispetto alla platea degli impiegati, dove si può godere di eccezionali e spesso ingiustificati privilegi.
Se guardiamo al passato quando il numero dei concorsi, le procedure selettive, erano molto più numerose, più facili, più o meno pilotate (quanti scandali), ma anche al presente, con prove selettive di carattere sempre più nozionistiche e mnemoniche, che selezionano gli individui essenzialmente per l'attitudine a memorizzare acriticamente un discreta massa di informazioni, forse il concorso come è stato ed è concepito proprio non funziona.
Se pensiamo poi alla necessità diffusissima di integrare il personale con consulenti, precari, ecc. si capisce che il personale selezionato per concorso in più di qualche caso non da i risultati sperati. Se poi, come avviene oggi, addirittura la dirigenza è selezionata con queste modalità senza tenere in alcun conto di altri parametri quali l'esperienza (quella vera non la semplice anzianità) si capisce come la possibilità che nell'amministrazione accedano persone non del tutto idonee è tutt'altro che remota.
Il modo migliore da sempre per valutare, capire e scegliere le persone è metterle alla prova.
Occorre trasformare il tempo passato a valutare le numerose prove in tempo trascorso a valutare il lavoro.
Prima cosa da fare: i voti contano. Il voto di diploma e quello di laurea sono comunque un indicatore riepilogativo di un periodo abbastanza lungo di vita e di esperienza. Stabiliamo delle soglie di voto per l'accesso anche molto alte (credo lo faccia la Banca d'Italia). Se pensi ad un lavoro pubblico sai che devi arrivare ad un certo livello. La prima prova del concorso è così diluita in più anni. Se lo sai, ti impegni. 
Ristretta la platea degli aspiranti inizia il percorso di avvicinamento che è per passi graduali con una selezione di tipo piramidale. Si inizia con degli stage volontari ai quali si accede sulla base di pochi parametri tipo età e voto (lasciamo perdere i titoli di preferenza, di qualsiasi natura, serve gente capace non i figli o gli orfani di gente capace, non è il posto pubblico il modo giusto per fare politiche sociali di quella natura). Allo stage segue un primo tirocinio, poi un secondo, poi un periodo di prova e quindi l'assunzione sempre con la formula che solo la metà passa al livello successivo. In pratica 16 stagisti, 8 primi tirocinanti, 4 secondi tirocinanti, 2 alla prova, 1 assunto. Per il passaggio non sono previste prove, test, esami, ma solo la scelta, essenzialmente un voto, delle persone che già lavorano nell'amministrazione (si potrebbe anche ponderare i voti, ma con grande attenzione per evitare posizioni/gruppi predominanti), comunque una sorta di commissione speciale abbastanza numerosa. Ovviamente astenersi parenti e amici (non votano).Tempi lunghi? Troppo complicato? Non credo. Penso che l'intera procedura possa durare non più di sei mesi. Le fasi hanno durata crescente e i partecipanti percepiscono una frazione dello stipendio (prima 1/16, poi 1/8, ecc.) quindi i costi sono gli stessi di assumere una risorsa a stipendio pieno con sei mesi di prova. Alla fine sempre una risorsa rimane stabile al lavoro ma scelta tra 16 e già inserita nella realtà lavorativa (la più inserita).
E i 15 che non ce la fanno ? Possono provare altrove lo stesso percorso. Sempre meglio che stare a casa ad aspettare una lettera raccomandata.
La modalità di selezione piramidale penso possa essere utilizzata in tutti gli impieghi pubblici (anche per le forze dell'ordine, i magistrati) credo con buoni risultati.

La carriera
Una volta entrati nella PA che succede ? Oggi succede veramente di tutto. In alcuni casi (Ministeri) può non succedere più nulla; si può rimanere in un posto per un tempo indefinito a fare lo stesso lavoro. In altri casi si attivano meccanismi automatici o semiautomatici di progressione economica (esercito, magistratura) in parte anche scollegati dal lavoro svolto. Aggiungiamo il fatto che alcuni passaggi, alcuni incarichi, ricadono nella discrezionalità della politica e si scopre che il detto "o lavori, o fai carriera" rappresenta nella PA un assioma. L'indipendenza, in pratica assoluta, tra la variabile composita lavoro-impegno-risultati  e l'altra variabile carriera-responsabilità-stipendio  è la fondamentale causa della mediamente scarsa produttività del lavoro pubblico a tutti i livelli ed in tutte le situazioni. 
Partendo dal fatto che nella Pubblica Amministrazione:
Non è detto che il migliore degli insegnanti diventi Preside
Non è detto che il peggiore dei capitani non diventi colonnello
Non è detto che i migliori funzionari diventino dirigenti
Non è detto che il peggiore dei dirigenti non diventi dirigente generale
Non è detto che chi lavora riceva una qualche forma di considerazione/premio
Non è detto che chi non lavora non venga ugualmente promosso come gli altri
(potrei continuare)
Appare chiaro che in queste condizioni la macchina amministrativa funziona esclusivamente in funzione del fatto che una schiera molto numerosa di persone ritiene, onestamente, di svolgere il proprio lavoro per dovere, per educazione, per amor patrio e perché, anche se poco, lo Stato lo paga. Ovviamente il livello di impegno, presto o tardi, ne risente.
Come uscire da questo vortice infernale che porta a una produttività via via più bassa del personale ?
Potrebbe essere abbastanza semplice secondo il detto "patti chiari, amicizia lunga".
Bisogna definire a priori dei "percorsi di carriera". Chi entra nella PA deve sapere con relativa certezza cosa lo attende se, se e se.... Anche in questo caso si deve tenere conto di modalità "piramidali". Si deve avere, secondo regole certe, la possibilità di accedere ad un livello superiore, ad una posizione di maggiore responsabilità e retribuzione (perché sono quelle le cose che vanno collegate, responsabilità e retribuzione, non altre come avviene di solito con il risultato che identici lavori vengono retribuiti diversamente se uno è dipendente di un Ministero o della Presidenza del Consiglio). 
Non sarebbe male anche in questo caso che il sistema di valutazione sia il più democratico possibile. Come nelle cooperative sono i soci che eleggono il presidente nella PA dovrebbero essere i dipendenti che promuovono i dirigenti. Sarebbe anche giusto che il "promosso" possa beneficiare anche del gradimento dei superiori, con la possibilità di un "veto" fortemente motivato, questo per evitare conflitti interni alle strutture. Ovviamente andrebbe studiato un sistema di corresponsabilità e di incentivi/disincentivi che faccia ricadere su chi sceglie le conseguenze di una scelta sbagliata.  Se un  dirigente è inadeguato, sei tu che lo ha messo li che ti vedi, insieme a lui, decurtato dei premi lo stipendio. In considerazione poi del fatto che è possibile che qualcuno si riveli successivamente inidoneo a ricoprire un determinato incarico il "percorso di carriera" deve essere completamente bidirezionale a tutti i livelli, con la possibilità di "degradare", ovviamente in modo motivato, ma senza troppe complicazioni, chiunque.
Non ho precisato che questo sistema deve anche prevedere la possibilità di inserimenti dall'esterno da attuarsi attraverso la libertà di spostamento orizzontale del personale che deve poter e (dover) occupare posizioni libere. Un piccolo incentivo economico alla mobilità volontaria (e non) renderebbe tutto più semplice e veloce.
E lo scambio pubblico-privato? Si può fare  ma solo sulle posizioni libere e dove i "percorsi di carriera" siano inapplicabili per mancanza di risorse. Che senso ha inserire un esterno che non sa nulla quando c'è un funzionario esperto che meriterebbe di essere promosso ? Giusto, che senso ha, ma è quello che avviene quasi regolarmente. Ovviamente l'ultimo arrivato trova di solito un ambiente leggermente ostile che non gli renderà la vita facile. Con conseguenze infauste per produttività e risultati.
La PA ha essenzialmente bisogno di ridurre e magari azzerare i livelli di incazzatura e di frustrazione delle sue risorse frutto di un complesso di norme che sembrano fatte apposta per rendere difficile tutto. Qualsiasi operazione diretta alla semplificazione ed alla eliminazione di anomale disparità, di privilegi ingiustificati e di immotivate complesse procedure contribuirà sicuramente a ridurre lo stress a livelli più accettabili ed ad aumentare la produttività.

L'uscita
L'uscita è la pensione. Si, pare semplice.
Nella pubblica amministrazione si osserva che:
Ci sono persone stanche, frustrate, che vorrebbero andare in pensione e non possono per vari motivi (no età, no contributi, bisogno di soldi).
Ci sono persone molto attive che sono costrette ad andare in pensione ma non vorrebbero (o meglio non vorrebbe la PA perché gli fanno in qualche caso sempre comodo come "memoria storica").
Ci sono persone che, pure se in pensione, continuano per vie traverse a lavorare nella PA cumulando due redditi (alcune volte sono quelle della riga sopra, le più furbe tra queste però).
Ci sono persone che per competenze, età e/o condizioni personali (malattie, ecc.) si trovano oggettivamente nelle condizioni di non poter/voler dare molto alla PA, che sono ancora lontane dalla pensione ed alle quali occorrerebbe trovare una diversa e più appropriata collocazione lavorativa.
Ed altro.
Qualche soluzione.
Stabiliamo un'età (un numero) unica ed universale in cui ogni rapporto tra la PA ed il suo dipendente termina senza possibilità di deroga. Diciamo 70 anni. Nessuno e per nessun motivo (magistrati, ufficiali, direttori, ecc.) può lavorare per la PA dopo quell'età (ammesse solo cariche onorifiche senza retribuzione ne responsabilità alcuna, niente incarichi ne consulenze).
Stabilito che il diritto alla pensione segue nella PA la normativa comune di tutti i lavoratori per età, anzianità, contributi, ecc. sarà possibile per chiunque, se vuole, chiedere di superare l'età e continuare a lavorare fino ai 70 anni alle stesse condizioni. Il prolungamento dovrà essere richiesto/autorizzato dall'Amministrazione solo se realmente necessario e non sarà possibile nel caso ci siano risorse disponibili nel "percorso di carriera", questo per soddisfare le aspettative di chi, più giovane, può legittimamente aspirare a fare un passo avanti. In caso di mancanza di autorizzazione il diritto alla pensione diventa un dovere e si potrà comunque svolgere una attività secondaria ovviamente non per l'Amministrazione di provenienza



mercoledì 19 febbraio 2014

Renzi si... anzi no.

Matteo Renzi a me dovrebbe piacere. E tanto. Ha un curriculum da bravo ragazzo. Pulito. Scuola. Università. Parrocchia. Scout. La moglie (una). I figli. Il lavoro nella ditta di famiglia. Come storia personale sembra aderire perfettamente alle mie idee.
Essenzialmente un cattolico di sinistra, quindi teoricamente con una base di Valori adeguata e solida (dal mio punto di vista).
Potrei, dovrei, essere un suo convinto elettore.
Aggiungo che è bravo. Molto bravo. A parlare è decisamente molto bravo. Direi televisivo. Un ottimo presentatore e quindi in grado di raggiungere tutti, proprio tutti, gli elettori; in grado di raggiungere e parlare alla "pancia" del paese. Capace, e non è affatto scontato, di tener testa a molti, pure a Berlusconi (Prodi per riuscirci, a quei tempi, si dovette sforzare non poco).
E' pure fortunato. Una carriera politica rapidissima all'interno del PD e nelle amministrazioni. Provincia, Comune e ora Palazzo Chigi. Un cavallo (o un carro) vincente, ed infatti molti scommettitori si spostano su di lui (oppure salgono direttamente sopra).
Ma mi domando: in un paese come l'Italia in cui le barriere per l'accesso a determinati settori, la politica tra questi, sono altissime; dove la scala sociale è sostanzialmente congelata come nell'India delle caste e nella Cina dei mandarini; e dove la meritocrazia consiste essenzialmente nel merito di essersi scelto i genitori e gli amici giusti e nel dirsi disponibili ad accettare il loro aiuto; è mai possibile che a 39 anni qualcuno meriti veramente di essere il più giovane capo del governo europeo, tra l'altro bruciando tutte le tappe ? 
La risposta è no, non è possibile. 
Se scorriamo il curriculum del nuovo capo del governo, dimenticandoci dell'età, non troviamo nulla, veramente nulla di eclatante. Ci sono decine di amministratori pubblici che per titoli di studio, per esperienza, per preparazione, sono sicuramente - almeno sulla carta - molto più meritevoli. Letta ad esempio, già deputato, già Ministro, ma con il grave handicap di non aver mai vinto alla ruota della fortuna... sigh, si presentava forse meglio.
Sarei portato a pensare che l'ascesa rapidissima di Matteo Renzi sia riconducibile al combinato disposto di tre fondamentali fattori: capacità oratoria, fortuna (al posto giusto al momento giusto) ed italico "sostegno esterno".

  • Capacità oratoria: serve per farsi eleggere e convincere gli altri. E tipica dei commercianti. Non c'è garanzia sulla qualità del prodotto che loro si limitano a promuovere e non a produrre. Si rischia la fregatura. Vent'anni di Berlusconi dovrebbero avere chiarito anche ad altri l'idea.
  • Fortuna: il problema delle persone fortunate è che non si sa mai se la fortuna si possa allargare anche a quello che toccano. Nel senso che una persona fortunata non è detto che "porti bene". Potrebbe essere fortunato solo per se. Ovvero se imbarco Renzi che è fortunato non è detto che la nave non affondi, anzi. Lui si salverà perché è comunque fortunato, gli altri no.
  • Sostegno esterno:  in Italia tutte le posizioni di potere sono collegate alla volontà di qualcuno di farti accedere a quelle posizioni nella convinzione che tu possa risultare, prima o poi, utile. In questo Renzi (cresciuto all'interno di un Partito) è assolutamente uguale agli altri e quindi, come tale, pieno di "debiti" da onorare e di "vincoli" da rispettare.

Si tratta di tutti fattori che ritengo  assolutamente non fondamentali per un buon capo del governo, anzi, sono caratteristiche che per il mio carattere suscitano una certa antipatia.
Fonzie (vi ricordate Happy Days), che è stato facilmente associato a Renzi, oltre ad un certo atteggiamento, aveva quasi le stesse caratteristiche, gli stessi fattori di successo. Capacità oratoria: Fonzie era ascoltato da tutti. Era carismatico. Dava i consigli giusti. Fortuna: Fonzie era fortunato. Gli riusciva tutto. Dava una botta e il jukebox suonava la sua canzone.
Però Fonzie sul fattore "sostegno esterno" era decisamente carente (figlio di immigrati italiani - Fonzarelli), ed infatti faceva solo il meccanico. Un bravo meccanico. Forse per questo, nel confronto, mi rimane più simpatico Fonzie che Renzi(e). 
Ma comunque, fra tutti, ho sempre preferito ed ancora preferisco Richie.

mercoledì 27 novembre 2013

La scelta

Una legge di un paio di mesi fa ha trasformato il posto dove lavoro, un Dipartimento del Ministero dello Sviluppo Economico in una Agenzia "governativa" lasciando la possibilità a noi dipendenti di "optare" per rimanere in organico al Ministero piuttosto che transitare d'ufficio nella nuova Agenzia per la Coesione.
Si pone il problema di fare un scelta non da poco, il lavoro nel bene e nel male costituisce un buon 50% (possiamo discutere sulla percentuale) della vita di ognuno e quindi non è come scegliere il telefonino (cosa che pure causa un certo stress).
Come si fanno le scelte nella vita ? Ho pensato e ripensato ad altre scelte nel passato e mi sono accorto che in fondo quasi tutte le scelte che si fanno sono sostanzialmente al buio. Si scegli sulla base di una serie di ipotesi, di aspettative, anche di illusioni, tutte collegate ad una tale complessità di eventi che una valutazione attenta delle conseguenze della singola scelta è, credo, umanamente impossibile. 
Un giocatore di scacchi, quando fa una mossa valuta le possibili contromosse dell'avversario, quindi le sue, costruisce così una serie di scenari possibili e sceglie quello che appare il più conveniente. Il computer fa lo stesso, attribuisce punteggi ai possibili scenari e sceglie la mossa che lo porterebbe a quelli più elevati fino allo scacco matto.
Non è però possibile affrontare le scelte come una partita a scacchi, molto più numerose sono le variabili in gioco, decisamente più imprevedibili le contromosse del futuro e della fortuna. Dobbiamo poi aggiungere nei nostri conti alcune componenti di natura "sociologica" che non possiamo sottovalutare; non possiamo - la maggior parte di noi - trattare le persone a noi vicine come pezzi degli scacchi, magari "sacrificabili" per raggiungere un obiettivo o uno scopo diverso; già i pezzi degli scacchi non sono tutti uguali, a maggior ragione le persone sono tutte diverse e diversa è l'importanza che gli attribuiamo nei diversi momenti della nostra vita. Per cui nel cambiare lavoro hanno un peso anche le amicizie, i colleghi, il clima ed in generale l'ambiente di lavoro a cui uno con il tempo, nonostante tutto, si abitua fino ad affezionarsi.
La scelta quindi per essere agevole, immediata, facile, dovrebbe contrapporre possibilità immediatamente diverse. Se le differenze sono ignote e futuribili la scelta è necessariamente "al buio".
Quando uno cambia per guadagnare molto di più (o per tutelare -non mettere in forse - certe posizioni acquisiste), perché valuta sicure prospettive economiche e/o di carriera, la scelta è facile, direi obbligata. Ma quando le differenze economiche  non sono così rilevanti, non così sicure, allora tutto diventa difficile, si passa alle ipotesi dei possibili sviluppi come anche a delle vere e proprie analisi di rischio, ovvero: nella malaugurata ipotesi che... che... o... che... non è che... oppure che... che... che.. non è che finisco tra la sempre più numerosa schiera dei disoccupati ?
Così a governare molte scelte, se uno ci pensa, non è proprio la razionalità, la logica, quanto piuttosto la "pancia", le sensazioni, l'ottimismo o il pessimismo del momento, la paura, l'idea che uno si fa di un plausibile futuro e le relative aspettative come anche, spesso, uno spirito di emulazione, il seguire quello che fanno gli altri, magari gli amici, i colleghi, i capi e perché no, i furbi di professione, quelli che fanno sempre la scelta giusta.
Dal canto mio, già da qualche giorno, ho deciso che, essendo fondamentalmente un pigro, nella generale incertezza, sicuro di perdere qualche cosa come anche speranzoso di guadagnare qualcosa in più, poco propenso a ricominciare da capo in un altro ambiente di lavoro, assolutamente affezionato ai miei colleghi (indipendentemente dalla loro razza, sesso, credo e tipo di contratto) nonostante la maschera ostile e arcigna che a volte mi diverto di indossare con qualcuno di loro, non posso far altro che rimanere nella nuova Agenzia. Speriamo bene...

lunedì 22 aprile 2013

A tutti gli uomini liberi e forti... fa sempre bene una rinfrescatina alla memoria



Riporto un vecchio testo che, nonostante facebook, twitter, la rete e tutte le altre menate dell'era digitale, rimane ancora attualissimo. Si tratta di punti fondamentali da cui si può e si deve ripartire. A seguire il programma politico. In rosso i miei personali commenti.


A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della «Società delle Nazioni».
E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l'avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffatrici dei forti.
Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldta la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.

Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.

Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.
Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l'incremento delle forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell'organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.

A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degli interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.

Roma, lì 18 gennaio 1919

Il programma

I - Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell'infanzia, ricerca della paternità.
Mi sembra perfetto (a parte la necessità di piccoli aggiornamenti linguistici...).

II - Libertà di insegnamento in ogni grado. Riforma e cultura popolare, diffusione dell'istruzione professionale.
Ci siamo. Lo possiamo lasciare così.

III - Riconoscimento giuridico e libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il comune, la provincia e lo Stato.
Si conferma

IV - Legislazione sociale nazionale ed internazionale che garantisca il pieno diritto al lavoro e ne regoli la durata, la mercede e l'igiene. Sviluppo del probivirato e dell'arbitrato per i conflitti anche collettivi del lavoro industriale e agricolo. Sviluppo della cooperazione. Assicurazioni per la malattia, per la vecchiaia e invalidità e per la disoccupazione. Incremento e difesa della piccola proprietà rurale e costituzionale del bene di famiglia.
Qui ce da fare qualche piccolo aggiornamento linguistico e terminologico ma c'è tutto.

V - Organizzazione di tutte le capacità produttive della nazione con l'utilizzazione delle forze idroelettriche e minerarie, con l'industrializzazione dei servizi generali e locali. Sviluppo dell'agricoltura, colonizzazione interna del latifondo a coltura estensiva. Regolamento dei corsi d'acqua. Bonifica e sistemazione dei bacini montani. Viabilità agraria. Incremento della marina mercantile. Risoluzione nazionale del problema del mezzogiorno e di quello delle terre riconquistate e delle province redente.
Questo lo prenderei paro paro con qualche piccola integrazione.


VI - Libertà ed autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione, in relazione alle tradizioni della nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale. Riforma della burocrazia. Largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro.
Lo darei per scontato.

VII - Riorganizzazione della beneficenza e dell'assistenza pubblica verso forme di previdenza sociale. Rispetto della libertà delle iniziative e delle istituzioni private e di beneficenza e di assistenza. Provvedimenti generali per intensificare la lotta contro la tubercolosi e la malaria. Sviluppo e miglioramento dell'assistenza alle famiglie colpite dalla guerra, orfani, vedove e mutilati.
Qui è necessario un aggiornamento all'attualità, ma va bene. Metterei cancro e malattie invalidanti al posto di tubercolosi e malaria e assistenza alle famiglie colpite dalla crisi, figli di separati e madri e padri abbandonati, disabili.

VIII - Libertà ed indipendenza della chiesa nella piena esplicazione del suo magistero spirituale. Libertà e sviluppo della coscienza cristiana, considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo.
Anche questo lo darei per scontato.


IX - Riforma tributaria generale e locale, sulla base dell'imposta progressiva globale con l'esenzione delle quote minime.
Solo piccolissimi ritocchi.

X - Riforma elettorale politica con il collegio plurinominale a larga base con rappresentanza proporzionale. Voto femminile. Senato elettivo con prevalente rappresentanza dei corpi della nazione (corpi accademici, comune, provincia, classi organizzate).
Si, il proporzionale puro è decisamente  l'unica soluzione per il nostro paese. Un Senato delle associazioni, degli ordini, (una sorta di CNEL), non sarebbe una cattiva idea.

XI - Difesa nazionale. Tutela e messa in valore della emigrazione italiana. Sfere di influenza per lo sviluppo commerciale del paese. Politica coloniale in rapporto agli interessi della nazione e ispirata ad un programma di progressivo incivilimento.
Va aggiornato. Ma neanche tanto. Coloniale può dar fastidio ed è superato come termine. Ci si può mettere espansione verso i nuovi mercati dei paesi in ritardo di sviluppo.


XII - Società delle nazioni con i corollari derivanti da una organizzazione giuridica della vita internazionale: arbitrato, abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria, disarmo universale.
Da sostituire. Ora c'è l'Unione Europea e molte cose (la coscrizione ad esempio) sono da considerarsi superate. Il disarmo però rimane sempre un grosso problema per il mondo.

LA COMMISSIONE PROVVISORIA
On. Avv. Giovanni Bertini - Avv. Giovanni Bertone - Stefano Gavazzoni - Rag. Achille Grandi - Conte Giovanni Grosoli - On. Dr. Giovanni Longinotti - On. Avv. Prof. Angelo Mauri - Avv. Umberto Merlin - On. Avv. Giulio Rodinò - Conte Avv. Carlo Santucci - Prof. D. Luigi Sturzo, Segretario Politico.

giovedì 21 febbraio 2013

Per chi votare? Il dubbio mi assale

Si avvicinano velocemente le elezioni. Ormai a pochissimo dall'apertura dei seggi mi schiero con il nutrito gruppo degli indecisi. Che fare ? Chi votare ?
Non avendo parenti e/o amici da sostenere direttamente per amicizia - mi vedo costretto (come sempre) ad un voto dal taglio squisitamente politico, ovvero una scelta di idee e di programmi più che eventualmente di persone.
Personalmente non mi ritrovo appieno in nessuno dei programmi presentati ovvero mi ritrovo, per punti, in tutti. 
Ho fatto uno di quei test per valutare, in funzione di una serie di domande, dove uno si "colloca" politicamente, ma il risultato non mi è  sembrato un granché; probabilmente era mal costruito. 
Del resto i programmi dei Partiti sono la sintesi dei sondaggi rivolti a quelli che sono o pensano possano essere possibili elettori. In concreto una somma di risultati statistici. Gli unici che provano ancora ad ignorare i sondaggi e a resistere su delle posizioni di principio sono il Papa, i vescovi  e i loro corrispondenti delle altre religioni, ma pure le loro idee se finiscono in minoranza perdono forza, però questo è un altro discorso.
Ogni partito si è sforzato in questi giorni di apparire come l'unica scelta possibile per "salvare" il paese.
Ognuno poi ovviamente si sceglie "da cosa o da chi" salvare il paese. 
Monti vuole salvarlo dalla crisi/fallimento. 
Vendola vuole salvarlo da Berlusconi. 
Berlusconi vuole salvarlo da Monti, Bersani, Giannino, Grillo.
Grillo vuole salvarlo da tutti gli altri. 
Bersani vuole salvarlo punto.
Ovviamente nessuno di loro è in grado di salvare alcunché se non quel ristretto gruppo di persone che una volta elette si ritroveranno talmente in alto che qualsiasi alluvione, per quanto possa piovere ed allagare tutto, non potrà mai raggiungerli e coinvolgerli personalmente.
Gli eletti si salveranno (suona biblico vero), dalla crisi, dallo spread, dalla spending rewiew, dai tagli, dalla disoccupazione, dagli aumenti, dal rosso in banca, dalla cassa integrazione, da tutto. 
Una morale "altruista" vorrebbe che i primi a salvarsi si impegnino a salvare anche gli altri. Quindi se  parcamente punto alla mia personale salvezza ed a a quella delle persone a me vicine devo individuare chi, uno volta in salvo, abbia l'animo di intervenire, di muoversi, per gli altri (tra cui il sottoscritto).
Devo votare, eleggere, qualcuno che, dato per scontato che una volta eletto punterà a consolidare la sua personale posizione e quella di quelli a lui più vicino, subito dopo inizi a lavorare per gli altri, per tutti.
Avendo premesso a tutto un base altruistica devo escludere a priori chi altruista non è per Statuto tipo la Lega (prima il Nord... io sto a Roma, quindi...). 
Il PdL è altruista ? Dopo aver sistemato le sue cose Berlusconi penserà a me ?  Pur essendo Berlusconi generosissimo (forse più con le donne che con gli uomini) non lo vedo in alcun modo avvezzo al sacrificio (perché bisogna un pochino sacrificarsi per fare del bene agli altri). Ne lui ne tutti i suoi amici e sostenitori mi sembrano campioni di generosità (no tasse, non crisi, no poveri, no patrimoniale, ecc.).
Monti è i suoi sono una compagine altruista ? Non è forse Monti qualcuno che già salvo di suo per una serie di fatti (ricco, senatore, ecc.) con la sua candidatura riuscirà a "salvare" molte persone a lui vicine e alle quale deve qualcosa ? Dopo di che riuscirà, salvate banche, banchieri e tutti i suoi grandi elettori a pensare anche a  tutti gli  altri ? O non avrà tempo.
Bersani ? A parole sembra ben intenzionato a fare la cosa giusta ma, sempre a parole, sulle buone intenzioni Grillo lo supera alla grande. Tra l'altro Bersani, rappresentando un grande partito, ha veramente tante tante persone da salvare. Dovrà fare delle scelte. Non è che fra tutti si dimentica proprio di quelli come me ?
I Grillini, nuovi nuovi in Parlamento, saranno in grado di ricordarsi degli altri, dei tantissimi, rimasti fuori oppure si fermeranno a guardare inebetiti il panorama che si vede da lassù, avvolti nelle poltrone, abbagliati dagli stucchi dorati (la location non è male).
E poi ci sono i temi etici, i diritti, l'Europa, l'eutanasia,ecc. ; domande che trovano nei Partiti risposte sempre diverse eppure sempre uguali, in generale contraddittorie. I sondaggi creano un sacco di problemi ed alcune posizioni,  che puntano ad un certo elettorato, rischiano di allontanare gli altri, tanto che le posizioni dei partiti maggiori quando non espresse sono sicuramente poco chiare. 
Non dimentichiamoci poi del "voto utile". Altra questione dovuta al sistema elettorale che spinge a votare per i Partiti maggiori, limitando in concreto la scelta. Un singolo voto conta già poco, se poi uno lo spreca pure, tanto vale rimanere a casa.
Ho così condiviso le mie incertezze... probabilmente risolverò il tutto solo all'ultimo momento, in cabina elettorale.
Ma invece di eleggerli i parlamentari, non sarebbe meglio sorteggiarli all'anagrafe tra i cittadini maggiorenni ? Il caso sarebbe sicuramente imparziale, non influenzabile, difficilmente corrompibile, ed avremmo in Parlamento, nel bene e nel male, un campione statisticamente rappresentativo del paese (ci potrebbero capitare statisticamente - tasso di criminalità 0,75% - anche 7 o 8  parlamentari sui 1000 con  problemi con la giustizia, ma me farei una ragione).

venerdì 1 febbraio 2013

Sempre meno laureati

Notizia di questi giorni è il costante calo di laureati nel nostro paese. Ovviamente si registra nel contempo la diminuzione di professori ed il generale de-finanziamento delle università e della ricerca. Se studenti e professori sono diminuiti del 20% probabilmente anche la spesa ha seguito un andamento simile, comunque l'evoluzione dei costi in generale sempre aver penalizzato gli investimenti con il risultato di avere università con sempre meno insegnanti, attrezzature, studenti.
Il primo grido che si è levato è stato: "più soldi per l'università" (qualsiasi cosa accada nel nostro paese la prima richiesta è sempre quella).
Altre statistiche ci dicono che nel nostro paese non c'è lavoro per i laureati (nemmeno per gli operai a dire il vero). C'è richiesta di tecnici specializzati, chiamiamoli "superdiplomati" ovvero di figure più che idonee a svolgere un certo lavoro ma che costino il meno possibile. Va da se che un laureato è un ottimo operatore di call center, la sua laurea viene declassata a "superdiploma".
Allo stesso tempo la laurea nel nostro paese è condizione spesso non necessaria per raggiungere posizioni elevate. All'estero invece i nostri laureati trovano lavoro e fanno carriera a conferma che le nostre università sono comunque in grado di produrre eccellenza, ovvero laureati eccellenti (merito anche delle qualità individuali, spesso sovrabbondanti nel nostro paese). 
Tentiamo una sintesi:
Il valore della laurea è molto scarso nel settore privato (non distingue, non discrimina). Amicizie, parentele, conoscenze, possono tranquillamente controbilanciare qualsiasi brillante curriculum accademico. Rimane un pezzo di carta il cui valore è variabile, una sorta di biglietto di invito, se ne sei in possesso spesso vale poco (vedi che fanno entrare pure chi non ce l'ha), se non ce l'hai vali poco tu, dipende dal buttafuori alla porta del locale.
Nel settore pubblico è solo un indispensabile titolo di accesso (una specie di biglietto di entrata al cinema.. si strappa all’'ingresso.. i posti sono numerati… è bene conoscere la bigliettaia per non trovarsi nelle ultime file). Una volta entrati altri meccanismi permettono di guadagnare i posti migliori.
Nelle professioni vale quanto detto nel settore pubblico con l’'aggravante che si tratta di lavoro privato e quindi il biglietto è senza numero e non da neanche diritto a sedersi (capace che entri, resti in piedi e non vedi nulla…; importantissimo conoscere qualcuno delle prime file e saper sgomitare).
La laurea pur costituendo effettivamente in molti casi una barriera all’'entrata (se uno ne è privo,… ma si sa.. i titoli, se proprio serve, in qualche modo si possono acquisire), non garantisce ne un lavoro, ne del lavoro, ne un carriera, ne un certo livello di reddito. In concreto un investimento molto rischioso.
In generale quindi studiare non conviene…, o comunque conviene poco a molti e molto a pochi, ed essendo l'offerta di qualsiasi bene o fattore sempre elastica sul lungo periodo, ad un calo della domanda o comunque dei prezzi non può che seguire una diminuzione dell'offerta. Aggiungiamo che questa diminuzione dell'offerta è stata in qualche modo politicamente auspicata con l'innalzamento delle barriere all'accesso ai corsi di studi, questo attraverso l'aumento delle tasse universitarie senza il finanziamento di borse di studio (tagliamo fuori le fasce più povere, art. 34 della Costituzione... marameo); ma anche con l'introduzione del numero chiuso e di un sistema di selezione (quiz  per tutti) che ha già dimostrato di essere assolutamente inadatto, inadeguato e sbagliato visto che la percentuale di insuccesso (iscritti mai laureati) non è variata, per non parlare degli scandali e del "mercato" (corsi, testi, ecc.) che questo sistema ha messo in piedi.
Per concludere, la statistica conferma nonostante tutto che ancora esiste una proporzionalità tra il titolo di studio ed il reddito pro-capite. Mediamente i laureati guadagnano di più dei diplomati, ed i diplomati più del solo obbligo scolastico, ma allo stesso tempo si osserva che i titoli di studio si "tramandano" in genere da padre in figlio. Viene da domandarsi se è laurea che permette un maggiore reddito e benessere o al contrario è il benessere che implica la laurea ? Se, come penso io, la condizione familiare è sempre più una importante premessa per il raggiungimento di titoli di studio superiori una certa responsabilità per la diminuzione dei laureati è certo attribuibile all'impoverimento delle famiglie italiane, che non possono più permettersi di far studiare i figli oppure preferiscono di non investire nello studio (visto il rischio di insuccesso, vedi call center) e preferiscono favorire altre iniziative come il commercio, il lavoro autonomo, l'artigianato e anche, come giornali e TV spesso sottolineano, un ritorno alle attività agricole.

lunedì 8 ottobre 2012

Facce nuove in politica non ce ne sono

Ci si domanda come mai non si riescono a trovare facce nuove per la politica che possano considerarsi realmente delle risorse per il paese, qualcosa di nuovo e di affidabile al tempo stesso, che non sia legato a doppio filo al passato, e costituisca una vera rottura.
Quando si dice "sono sempre gli stessi" si ribadisce che anche nel caso di un cambio generazionale ci ritroviamo i figli, i nipoti, dei personaggi del passato, in qualche modo "figli d'arte".
Non meraviglia nessuno il fatto che come le professioni " d'arte " (penso agli artigiani, fabbri, falegnami) sempre con più difficoltà passano da padre in figlio,  le professioni di potere e di prestigio di contro vengono letteralmente trasmesse in regime di successione ereditaria (non escludendosi conflitti tra eredi); quello che è di interesse trasferire non è in realtà "l'arte" (la capacità di svolgere bene una certa attività)  ma il "titolo", potremmo dire nobiliare, con tutti gli annessi e connessi, potere, prestigio, e conseguentemente ricchezza. L'Italia in questo è ferma al medioevo, o comunque è ferma ad un periodo pre-umanistico; in concreto il sistema delle caste indiane, da noi non scritto, è in realtà concretamente attuato, ed è uno dei motivi per cui il nostro paese non è in grado di esprimere al meglio le sue potenzialità.
Esiste, oltre al ben noto soffitto di cristallo che impedisce alle donne di salire ai vertici, un sistema di gabbie di vetro che congelano le dinamiche sociali rendendo difficile gli spostamenti in qualsiasi direzione. Ovviamente questo non è generalizzato, ci sono numerosissime eccezioni e l'impegno, la perseveranza, e anche una buona dose di fortuna, permettono di poter individuare e raccontare storie di successo (o anche di clamorosa rovina) che alla fine evitano al paese di sprofondare nell'arretratezza di un moderno medioevo, anche se, purtroppo, una sorta di memoria ancestrale regola la vita del paese, e solo eventi eccezionali (guerre, cataclismi) sono in grado di incidere sostanzialmente. Per quanto riguarda la crescita, la ricchezza individuale, si è osservato un arricchimento in termini assoluti, ma in termini relativi probabilmente i rapporti non sono cambiati molto negli ultimi 50 anni, la distribuzione  - o meglio l'allocazione - della ricchezza in sostanza, quando più quando meno, non è cambiata.
La Scuola, l'Università, che rimangono forse l'unico strumento in grado di far attraversare le pareti e i soffitti di cristallo (mai quanto però un buon matrimonio), spesso non riescono allo scopo per essere loro stesse strutture rinchiuse all'interno di sistemi chiusi; occorre entrare in "certe scuole" per riuscire ad entrare in "certi ambienti" indipendentemente poi dal merito individuale, che potrà tutt'al più permettere dei distinguo, senza essere però quella la chiave che apre le porte.
In questo contesto  l'accesso all'attività politica avviene tramite percorsi molto stretti; percorsi attraverso i quali si viaggia accompagnati ed aiutati da un sistema di relazioni sempre più spesso prevalentemente familiari; in tal senso diventa un'arte, un mestiere da trasmettere di padre in figlio.
Il problema di fondo è che la politica non è un mestiere che si può imparare in bottega; si può sicuramente imparare a muoversi nelle stanze della politica ed ad utilizzarne gli strumenti; ma le idee, la visione del futuro, il senso di giustizia, i valori, le capacità; quelli sono qualcosa di più complesso che si costruisce negli individui attraverso la propria storia personale, attraverso i successi e le sconfitte.
Nella migliore delle ipotesi vediamo in politica solo dei buoni artigiani, ma il genio, il grande artista, fa grandissima fatica ad affermarsi in un settore così chiuso, e spesso rinuncia in partenza.
Il denaro, infine, permette l'affermazione in politica anche di chi non dispone di una familiarità, situazione questa in alcuni casi addirittura peggiore; questo perché se il figlio del falegname bene o male sa cos'è il legno e come lo si lavora e perché,  chi compra la falegnameria  la vede spesso come un investimento da far fruttare mettendo in secondo piano la qualità del mobilio prodotto.


venerdì 20 luglio 2012

A vote mi rileggo

Se c'è una cosa buona in un blog quella è la possibilità rileggersi.
Mi scopro così sempre un po' troppo equilibrato, misurato.
Sarà l'età.

martedì 7 febbraio 2012

Il posto fisso

Due righe sul posto fisso.
Laureato molto giovane e molto bene in ingegneria ho fatto per 7 anni, dal '92 il '99, il libero professionista precario, prima come co.co.co. poi "a fattura" come "consulente" presso uno studio di progettazione, una società di consulenza, un'impresa, il tutto condito con un po' di attività libera professionale "povera", "minuta", quella dove le tariffe minime non si applicano da sempre. Responsabilità piena e prezzo scontato.
Dal '99 sono un ministeriale, il "posto fisso" per antonomasia.
Svantaggi: Meno soldi, perdita di autonomia, di libertà, di "prestigio" sociale.
Vantaggi: Dormo decisamente meglio. Ho una busta paga (se hai una busta paga, ti prestano i soldi). Mi versano molti contributi e (forse) un giorno andrò in pensione (ad arrivarci vivo).
Chi parla male del "posto fisso" (già.. è proprio noioso, accanto a mamma e papà) lo fa perché essenzialmente ce l'ha già e non ha mai conosciuto alcuna "precarietà" o incertezza (e spesso i figli li ha già "sistemati" al sicuro e  bene in vista). Esattamente come tutti i nostri ministri... che vengono tutti da situazioni molto, molto, ma molto, stabili (professori, prefetti, militari, dirigenti pubblici).
Siamo passati da una visione distorta della realtà (Berlusconi, troppi soldi), ad un'altra (i professori, troppa scienza).
Ma un po' di sano buonsenso no? Proprio non ce lo meritiamo ?
Temo proprio che siamo finiti dalla padella direttamente nella brace.

martedì 27 dicembre 2011

Governo Monti Fase 2. Spunti

Qualche idea per il Paese. A cominciare da quelle più in voga.
Farmacie. La farmacia è molte cose. Nasce come laboratorio del farmacista che in tal senso è quasi un medico ma finisce per essere una sorta di pick and pay del farmaco, ovvero solo un negozio. Quindi bisogna distinguere attentamente dove finisce il farmacista e dove inizia il commerciante. La parafarmacia è un ibrido che vede nella presenza del farmacista un distinguo rispetto allo scaffale del supermercato... ma attenzione... la sua attività si suggerimento e consiglio è in pratica solo quella di una "supercommessa". 
Soluzioni:  I farmacisti si occupano solo ed esclusivamente delle medicine soggette a controllo medico. Tutto il resto (automedicazione, ecc.) è solo commercio. Libertà e concorrenza assoluta. Tutti i farmacisti "patentati" (ovvero esaminati, tirocinati, valutati, abilitati che dir si voglia) sono uguali e l'attività professionale è libera. Libera farmacia in libero Stato. Come gli ingegneri, gli architetti, i ragionieri, ecc.
Notai. Figura superata. Nasce in una società analfabeta a tutela e conservazione del diritto  privato (si pensi agli archivi notarili, al repertorio degli atti, ecc.). Oggi l'informatizzazione spinta li ha trasformati in un ufficio di coordinamento di figure tecniche a cui tocca il lavoro (geometri, segretarie, agenzie pratiche). Poi se qualcuno sbaglia è sempre colpa dei contraenti (hanno firmato.. quindi) che non beneficiano spesso neppure dell'attività consulenziale che giustificherebbe in parte le esose parcelle. 
Soluzioni: Abolizione dell'attuale sistema e trasformazione dell'attività notarile in una attività ordinaria aperta a tutti gli avvocati con abilitazione specifica.
Professioni liberali in genere. Ingegneri, Avvocati, Commercialisti, Consulenti. Le professioni "protette" hanno ancora senso. Il termine protette però non va riferito ai professionisti ma alla popolazione. Si tratta di attività in genere pericolose e dannose se svolte da incompetenti e/o imprudenti ed occorre proteggere la cittadinanza attraverso delle barriere all'accesso e dei controlli severi. Gli ordini si sono rivelati non in grado perché soggetti alla deriva protezionistica e lobbistica di qualsiasi gruppo omogeneo. 
Soluzioni: abolizione degli ordini ricondotti a club,circoli, o associazioni volontarie in genere. Le abilitazioni, gli esami, i tirocini, tornano nelle mani dello Stato che rilascia le abilitazioni (il caro esame di Stato), cura la formazione, gestisce i tirocini (abbina tirocinante e tutor, l'attività di tutoraggio è obbligatoria e gratuita e, per bilanciare, i tirocini - comunque brevi - non vanno remunerati). Tariffe: tutte (ma proprio tutte) abolite ma vanno definiti dallo Stato degli standard minimi ed un sistema di valutazione/giudizio/arbitrato a tutela del cliente/consumatore ed in grado di valutare la congruità delle parcelle e la qualità del lavoro.
Lavoro pubblico: Troppe distinzioni e diversità all'interno dell'universo del pubblico impiego. Sacche enormi di privilegio fanno da contraltare a situazioni di degrado e di abbandono. L'accesso attraverso concorso  è stato smentito dai fatti e dalle eccezioni da essere esso stesso ormai eccezione. Accanto a carriere fulminanti si assiste a situazioni di trentennale immutabilità di ruolo, funzione, stipendio.
Soluzioni: Azzeramento di tutta la normativa specifica e di settore, ridefinizione in senso unitario del lavoro al Servizio dello Stato e della collettività in genere. Contratto, o Statuto Unico del Lavoro Pubblico, senza distinzioni di amministrazione, ente, arma, divisione, ospedale, istituto, e costruzione del percorso di carriera unico del lavoro pubblico con previsione di modalità di ingresso e di progressione e possibilità di passaggio a pari condizioni da un amministrazione all'altra. Costruzione della tavola di corrispondenza unica che definisce il sistema gerarchico delle amministrazioni pubbliche attraverso la quale un determinato livello possa esistere, ed essere immediatamente confrontato, con gli altri in tutte le amministrazioni pubbliche. A parità di livello pari stipendio in tutta la Nazione. Inoltre: pari lavoro-pari stipendio. Una segretaria è una segretaria in tutto il paese e non ci può essere differenza tra Pantelleria e Piazza Montecitorio. Possibile, anzi fondamentale, la contrattazione decentrata di sede organizzata al livello più basso possibile (produttività dell'ufficio) con attribuzione di specifiche responsabilità alla dirigenza. Va prevista la possibilità di regresso nella scala gerarchica (retrocessione). Abolizione delle incompatibilità oggettive (che non sono uguali per tutti e dove il sistema delle eccezioni risulta deleterio) e massima attenzione su quelle soggettive che palesano il conflitto di interessi. Quindi libertà di incarico, di secondo lavoro, di iniziativa privata, imprenditoriale, purché in assenza totale e assoluta di un qualsiasi conflitto con il lavoro pubblico.Tutte le attività secondarie vanno dichiarate e denunciate e pubblicate in quanto libere e oneste (e tassate ovviamente). Questo permetterà a molti di fare onestamente ripetizioni scolastiche,pulizie, aprire un negozio, produrre vino, ecc.