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giovedì 12 giugno 2014

La consultazione sulla P.A. Cavolo se le sono lette !

Quando è giusto è giusto. 
Ho inviato le mie idee sulla PA all'indirizzo rivoluzione@governo.it con la mia usuale dose di scetticismo. Ma ti pare... sarà tutta un finta... Poi quando hanno dichiarato più di 30.000 mail ho pensato.. bah.. alla fine si rivelerà una boutade.
Invece no.
Qualcuno le mail se le è lette. Non so come le avranno suddivise, scremate, scelte, però del lavoro è stato fatto.
Sul sito delle funzione pubblica è stato pubblicato un sunto, un riepilogo di quanto emerso e guardate qua che cosa ho trovato al punto 26:

http://www.funzionepubblica.gov.it/media/1173062/rivoluzione_report%20finale.pdf

26) una sola scuola nazionale dell’Amministrazione 
....
Complessivamente si evidenzia che a coloro che sono favorevoli alla proposta, anche evocando il modello francese dell’ENA, si contrappone chi si chiede se serva veramente una scuola dell'Amministrazione o se forse non sia meglio utilizzare per aggiornare e formare i funzionari ed i dirigenti le università pubbliche e/o private, l'esperienza all'estero, gli scambi di funzionari, le organizzazioni internazionali: a giudizio di taluni, le scuole "dedicate" creano settori chiusi, tendenzialmente autoreferenziali. 

E cosa avevo scritto io:
26)   una sola scuola nazionale dell’Amministrazione
Serve veramente una scuola dell’Amministrazione? O forse non sarebbe meglio utilizzare per aggiornare e formare i funzionari ed i dirigenti le università pubbliche e/o private, l’esperienza all’estero, gli scambi di funzionari, le organizzazioni internazionali. Le scuole “dedicate” creano settori chiusi, tendenzialmente autoreferenziali, spesso delle lobby. Si vuole ancora favorire la creazione di “caste” di alti papaveri , le elites, le diplomazie, (e già …quelli vengono dalla scuola nazionale …dall’accademia ….) o forse nel terzo millennio non è il caso di lasciarci alle spalle questi retaggi ottocenteschi. Si potrebbe eccepire che certe cose non si insegnano all’Università, occorrono scuole altamente specialistiche. 
...........
Questo io lo chiamo copia-incolla.

Non posso quindi  far altro che ufficialmente testimoniare che i contributi sono stati effettivamente analizzati ed utilizzati.

Anche in altri punti le mie proposte/idee sono contemplate (forse sono condivise anche da altri) ma non in maniera così "esatta"

Che dire.
Brava Ministro Madia! Brava Marianna !


(Magari poi la riforma farà schifo... però, per ora, tanto di cappello).

lunedì 22 aprile 2013

A tutti gli uomini liberi e forti... fa sempre bene una rinfrescatina alla memoria



Riporto un vecchio testo che, nonostante facebook, twitter, la rete e tutte le altre menate dell'era digitale, rimane ancora attualissimo. Si tratta di punti fondamentali da cui si può e si deve ripartire. A seguire il programma politico. In rosso i miei personali commenti.


A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della «Società delle Nazioni».
E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l'avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffatrici dei forti.
Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldta la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.

Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.

Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.
Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l'incremento delle forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell'organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.

A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degli interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.

Roma, lì 18 gennaio 1919

Il programma

I - Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell'infanzia, ricerca della paternità.
Mi sembra perfetto (a parte la necessità di piccoli aggiornamenti linguistici...).

II - Libertà di insegnamento in ogni grado. Riforma e cultura popolare, diffusione dell'istruzione professionale.
Ci siamo. Lo possiamo lasciare così.

III - Riconoscimento giuridico e libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il comune, la provincia e lo Stato.
Si conferma

IV - Legislazione sociale nazionale ed internazionale che garantisca il pieno diritto al lavoro e ne regoli la durata, la mercede e l'igiene. Sviluppo del probivirato e dell'arbitrato per i conflitti anche collettivi del lavoro industriale e agricolo. Sviluppo della cooperazione. Assicurazioni per la malattia, per la vecchiaia e invalidità e per la disoccupazione. Incremento e difesa della piccola proprietà rurale e costituzionale del bene di famiglia.
Qui ce da fare qualche piccolo aggiornamento linguistico e terminologico ma c'è tutto.

V - Organizzazione di tutte le capacità produttive della nazione con l'utilizzazione delle forze idroelettriche e minerarie, con l'industrializzazione dei servizi generali e locali. Sviluppo dell'agricoltura, colonizzazione interna del latifondo a coltura estensiva. Regolamento dei corsi d'acqua. Bonifica e sistemazione dei bacini montani. Viabilità agraria. Incremento della marina mercantile. Risoluzione nazionale del problema del mezzogiorno e di quello delle terre riconquistate e delle province redente.
Questo lo prenderei paro paro con qualche piccola integrazione.


VI - Libertà ed autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione, in relazione alle tradizioni della nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale. Riforma della burocrazia. Largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro.
Lo darei per scontato.

VII - Riorganizzazione della beneficenza e dell'assistenza pubblica verso forme di previdenza sociale. Rispetto della libertà delle iniziative e delle istituzioni private e di beneficenza e di assistenza. Provvedimenti generali per intensificare la lotta contro la tubercolosi e la malaria. Sviluppo e miglioramento dell'assistenza alle famiglie colpite dalla guerra, orfani, vedove e mutilati.
Qui è necessario un aggiornamento all'attualità, ma va bene. Metterei cancro e malattie invalidanti al posto di tubercolosi e malaria e assistenza alle famiglie colpite dalla crisi, figli di separati e madri e padri abbandonati, disabili.

VIII - Libertà ed indipendenza della chiesa nella piena esplicazione del suo magistero spirituale. Libertà e sviluppo della coscienza cristiana, considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo.
Anche questo lo darei per scontato.


IX - Riforma tributaria generale e locale, sulla base dell'imposta progressiva globale con l'esenzione delle quote minime.
Solo piccolissimi ritocchi.

X - Riforma elettorale politica con il collegio plurinominale a larga base con rappresentanza proporzionale. Voto femminile. Senato elettivo con prevalente rappresentanza dei corpi della nazione (corpi accademici, comune, provincia, classi organizzate).
Si, il proporzionale puro è decisamente  l'unica soluzione per il nostro paese. Un Senato delle associazioni, degli ordini, (una sorta di CNEL), non sarebbe una cattiva idea.

XI - Difesa nazionale. Tutela e messa in valore della emigrazione italiana. Sfere di influenza per lo sviluppo commerciale del paese. Politica coloniale in rapporto agli interessi della nazione e ispirata ad un programma di progressivo incivilimento.
Va aggiornato. Ma neanche tanto. Coloniale può dar fastidio ed è superato come termine. Ci si può mettere espansione verso i nuovi mercati dei paesi in ritardo di sviluppo.


XII - Società delle nazioni con i corollari derivanti da una organizzazione giuridica della vita internazionale: arbitrato, abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria, disarmo universale.
Da sostituire. Ora c'è l'Unione Europea e molte cose (la coscrizione ad esempio) sono da considerarsi superate. Il disarmo però rimane sempre un grosso problema per il mondo.

LA COMMISSIONE PROVVISORIA
On. Avv. Giovanni Bertini - Avv. Giovanni Bertone - Stefano Gavazzoni - Rag. Achille Grandi - Conte Giovanni Grosoli - On. Dr. Giovanni Longinotti - On. Avv. Prof. Angelo Mauri - Avv. Umberto Merlin - On. Avv. Giulio Rodinò - Conte Avv. Carlo Santucci - Prof. D. Luigi Sturzo, Segretario Politico.

lunedì 8 ottobre 2012

Facce nuove in politica non ce ne sono

Ci si domanda come mai non si riescono a trovare facce nuove per la politica che possano considerarsi realmente delle risorse per il paese, qualcosa di nuovo e di affidabile al tempo stesso, che non sia legato a doppio filo al passato, e costituisca una vera rottura.
Quando si dice "sono sempre gli stessi" si ribadisce che anche nel caso di un cambio generazionale ci ritroviamo i figli, i nipoti, dei personaggi del passato, in qualche modo "figli d'arte".
Non meraviglia nessuno il fatto che come le professioni " d'arte " (penso agli artigiani, fabbri, falegnami) sempre con più difficoltà passano da padre in figlio,  le professioni di potere e di prestigio di contro vengono letteralmente trasmesse in regime di successione ereditaria (non escludendosi conflitti tra eredi); quello che è di interesse trasferire non è in realtà "l'arte" (la capacità di svolgere bene una certa attività)  ma il "titolo", potremmo dire nobiliare, con tutti gli annessi e connessi, potere, prestigio, e conseguentemente ricchezza. L'Italia in questo è ferma al medioevo, o comunque è ferma ad un periodo pre-umanistico; in concreto il sistema delle caste indiane, da noi non scritto, è in realtà concretamente attuato, ed è uno dei motivi per cui il nostro paese non è in grado di esprimere al meglio le sue potenzialità.
Esiste, oltre al ben noto soffitto di cristallo che impedisce alle donne di salire ai vertici, un sistema di gabbie di vetro che congelano le dinamiche sociali rendendo difficile gli spostamenti in qualsiasi direzione. Ovviamente questo non è generalizzato, ci sono numerosissime eccezioni e l'impegno, la perseveranza, e anche una buona dose di fortuna, permettono di poter individuare e raccontare storie di successo (o anche di clamorosa rovina) che alla fine evitano al paese di sprofondare nell'arretratezza di un moderno medioevo, anche se, purtroppo, una sorta di memoria ancestrale regola la vita del paese, e solo eventi eccezionali (guerre, cataclismi) sono in grado di incidere sostanzialmente. Per quanto riguarda la crescita, la ricchezza individuale, si è osservato un arricchimento in termini assoluti, ma in termini relativi probabilmente i rapporti non sono cambiati molto negli ultimi 50 anni, la distribuzione  - o meglio l'allocazione - della ricchezza in sostanza, quando più quando meno, non è cambiata.
La Scuola, l'Università, che rimangono forse l'unico strumento in grado di far attraversare le pareti e i soffitti di cristallo (mai quanto però un buon matrimonio), spesso non riescono allo scopo per essere loro stesse strutture rinchiuse all'interno di sistemi chiusi; occorre entrare in "certe scuole" per riuscire ad entrare in "certi ambienti" indipendentemente poi dal merito individuale, che potrà tutt'al più permettere dei distinguo, senza essere però quella la chiave che apre le porte.
In questo contesto  l'accesso all'attività politica avviene tramite percorsi molto stretti; percorsi attraverso i quali si viaggia accompagnati ed aiutati da un sistema di relazioni sempre più spesso prevalentemente familiari; in tal senso diventa un'arte, un mestiere da trasmettere di padre in figlio.
Il problema di fondo è che la politica non è un mestiere che si può imparare in bottega; si può sicuramente imparare a muoversi nelle stanze della politica ed ad utilizzarne gli strumenti; ma le idee, la visione del futuro, il senso di giustizia, i valori, le capacità; quelli sono qualcosa di più complesso che si costruisce negli individui attraverso la propria storia personale, attraverso i successi e le sconfitte.
Nella migliore delle ipotesi vediamo in politica solo dei buoni artigiani, ma il genio, il grande artista, fa grandissima fatica ad affermarsi in un settore così chiuso, e spesso rinuncia in partenza.
Il denaro, infine, permette l'affermazione in politica anche di chi non dispone di una familiarità, situazione questa in alcuni casi addirittura peggiore; questo perché se il figlio del falegname bene o male sa cos'è il legno e come lo si lavora e perché,  chi compra la falegnameria  la vede spesso come un investimento da far fruttare mettendo in secondo piano la qualità del mobilio prodotto.


lunedì 12 settembre 2011

La Pubblica Amministrazione siamo noi (lo so, sono di parte, però...)


C’è una corrente di pensiero, negli ultimi anni assolutamente maggioritaria credo in gran parte del’occidente, che ritiene la Pubblica Amministrazione uno dei fattori limitativi dello sviluppo a causa dei suoi malfunzionamenti, della sua storica “rigidità” ed inefficienza. Questa posizione è all'origine di tutte quelle iniziative che puntano a ridurre la dimensione, l’importanza e specialmente i costi della “mano pubblica” per sostituirla con soluzioni alternative ispirate all'economia di mercato, alla libera concorrenza, all’iniziativa privata.
Sarebbe utile ricordare ai promotori di questa visione che la Pubblica Amministrazione non è una malattia, un ostacolo naturale od una credenza tribale destinata a scomparire con il progredire della scienza e della tecnologia, ma è un’invenzione dell’uomo, una necessità, la soluzione di un problema.
La Pubblica Amministrazione  compare nella storia in tempi relativamente recenti, prima – fino al medioevo -  potremmo dire che non esisteva. La Pubblica Amministrazione nasce e cresce di importanza essenzialmente in riferimento allo sviluppo di modelli partecipativi, è collegata alla democrazia. L’amministrazione è pubblica  perché è di tutti, altrimenti diventa amministrazione della cosa pubblica da parte di pochi o forse di uno solo, che è la monarchia o la dittatura.
Se in ossequio alle idee liberiste trasferissimo la gestione di tutti i servizi pubblici a dei privati potremmo arrivare al paradosso che pochi singoli –  e teoricamente addirittura uno solo (un monopolista)– divenga amministratore di tutto, raccolga le tasse, assuma e comandi gli eserciti, costruisca ospedali e scuole, assegni gli alloggi e perché no amministri la giustizia. Diverrebbe lui stesso lo Stato. Quando la Pubblica Amministrazione cede il passo all’impresa ed all’iniziativa capitalistica in certi settori inevitabilmente il sistema perde punti in termini di democrazia, tutti perdiamo un po’ di importanza e di libertà.
La dimensione e i costi della Pubblica Amministrazione potrebbero anzi essere considerati forse un indicatore di democrazia; li proprio dove la pressione fiscale è più elevata, si pensi ai paesi del Nord Europa, assistiamo a forme di democrazia più “compiuta” e senza che questo costituisca alcun limite allo sviluppo.
Se è vero che i malfunzionamenti e le inefficienze possono costituire un problema e un vincolo per l’avvio di certe iniziative, ovvero limitare un certo sviluppo economico, di contro la Pubblica Amministrazione costituisce l’unico ed il fondamentale custode e tutore degli interessi collettivi, da sempre e sempre più spesso in contrasto con gli interessi dei singoli o delle lobby.
La Pubblica Amministrazione è l’esecutore della volontà collettiva che viene “definita” attraverso gli strumenti della democrazia mediata di cui disponiamo (il Parlamento, il Governo). Molte disfunzioni sono anche da ricondurre a questa “mediazione” spesso causa di indicazioni contraddittorie e non sempre trasparenti; chissà se modelli e forme di democrazia diretta non siano in grado risolvere molti dei problemi della Pubblica Amministrazione.
Se più Pubblica Amministrazione vuol dire più democrazia, allora una Pubblica Amministrazione migliore è allo stesso tempo  presupposto e sintomo di un democrazia  moderna e funzionale, promotrice di forme di sviluppo  equilibrato ed  egualitario, sotteso a dinamiche redistributive della ricchezza, e non  mirato al solo incremento del PIL, incremento costato quella crescita delle disparità economiche sociali che stanno conoscendo molti paesi in quest’ultimo ventennio definibile post-comunista.
La ri-attribuzione di questo fondamentale ruolo di “specchio della democrazia” alla Pubblica Amministrazione è forse la prima e fondamentale innovazione della quale la politica dovrebbe farsi promotrice. Come uno specchio può deformare le immagini, la collettività spesso non si riconosce nella Pubblica Amministrazione e quello che vede non è se stessa, come dovrebbe essere, ma spesso solo la sua parte peggiore.
E’ vero, l’innovazione tecnologica è importante, come anche possono esserlo nuovi modelli organizzativi, ma fondamentale innovazione potrebbe essere – anche proprio attraverso la tecnologia  – l’avvicinamento della cittadinanza  alla Pubblica Amministrazione in un sistema di interrelazioni forti, qualcosa di non dissimile dal rapporto che ognuno di noi ha con l’amministratore del condominio dove abita. Si deve in qualche modo ridurre la distanza tra lo specchio e la collettività per ridurre le deformazioni.
Ovviamente questo sistema è tutto da definire, da regolamentare, ma lo scopo è quello di dare confidenza del fatto che la volontà e gli interessi collettivi siano effettivamente  “nelle corde” della Pubblica Amministrazione.
Nell’ambito dei procedimenti amministrativi, pure trasformati in maniera radicale negli anni attraverso la trasparenza amministrativa, non si riesce ancora a trasformare il rapporto singolo-P.A.  ma anche il rapporto cittadinanza-P.A. in qualcosa di utile e collaborativo e diverso da quella terribile “caccia all’errore” che contrappone la PA e i suoi interlocutori, e riempie di lavoro i tribunali amministrativi con conseguenti  ritardi  e sprechi di risorse.
Deve tornare ad essere ben chiaro il concetto che “la Pubblica Amministrazione siamo noi “ e non un soggetto terzo e lontano, un variabile indipendente ed imprevedibile, ma piuttosto un circolo, se vogliamo esclusivo, a cui tutti siamo iscritti come soci (cittadini) attivi.