Per gli addetti ai lavori.
Ma no, è solo uno scherzo, pura invenzione.
In una grande famiglia del nostro paese si viene a sapere che alcuni parenti se la passano piuttosto male. Alcuni cugini, i loro figli e le loro mogli, sembrano affetti da una stana malattia. Presentano una situazione di sottosviluppo, di mancata crescita, debolezza fisica, anche scarso rendimento scolastico, non riescono a trovare lavoro, sono depressi, e questa situazione preoccupa tutto il parentado che spesso è costretto a mandare soldi.
La situazione è tanto grave che anche alcuni amici dall'estero sono molto preoccupati, sanno che queste situazioni rovinano il clima familiare e fanno perdere un sacco di opportunità.
Si decide allora di intervenire e si cerca tra parenti e amici, anche all'estero, se qualcuno conosce qualche luminare in grado di affrontare la questione. Un professore belga, dopo aver molto analizzato il caso, fatto pure qualche visita, propone, sempre rimanendo a stretto contatto con la famiglia attraverso l'unico componente che conosce il francese, un professore, una cura piuttosto articolata.
E' un problema di alimentazione e di ambiente. Questi parenti mangiano poco e vivono male. Dobbiamo farli mangiare bene, ristrutturargli casa, pagargli pure qualche ripetizione a scuola.
La famiglia si domanda come riuscire a far tutto questo, già manda parecchi soldi ai cugini anziani che poi aiutano gli altri più giovani. Allora, come si fa in tutte le famiglie,si inizia a fare i conti, si chiamano a raccolta tutti i parenti anche i più lontani e da ultimo si organizza una bella colletta con gli amici all'estero e, meraviglia, si riesce a mettere assieme un sacco di soldi.
Anzi no, si riesce a mettere assieme un sacco di promesse, si impegnano tutti a pagare, ma poi i soldi, i contanti arriveranno un pochino alla volta.
I soldi promessi sono veramente tanti ed appena arriva la notizia subito inizia la corsa a chi è più povero, tutti a scrivere che la sua casa è quella ridotta peggio, che i suoi figli vanno male in matematica, che ha l'orto pieno di talpe, e via dicendo.
Il professore a questo punto, presa con una mano la relazione del medico belga e con l'altra il mazzetto delle richieste dei parenti, inizia a chiedere qualche dritta sia alla famiglia sia agli amici e colleghi di lavoro, il maggior aiuto provenendo inaspettato dagli amici del calcetto, per lo più disoccupati e precari ben contenti di scroccare qualche invito a cena. Alla fine riesce a mettere insieme dei bei fascicoletti da spedire ai parenti contenenti una bella dieta ipercalorica, le ricette con gli ingredienti, una lista dei lavoretti da fare, ed anche un'ipotesi di quanto spendere. Prepara quindi una bella lettera in cui spiega come funzionerà la cosa, come arriveranno i soldi, quello che deve essere fatto, come devono essere spesi e l'invito a seguire scrupolosamente il ricettario perché è quello suggerito dal medico belga e che dovrebbe assicurare una crescita rapida dei piccoli ed un miglioramento della salute di tutti quanti. Con la lettera vengono spediti anche un po' di soldi con l'assicurazione, non appena avranno spedito tutte le ricevute e gli scontrini, di avere gli altri come rimborso di quanto speso, è questo l'accordo con gli altri parenti e con gli amici all'estero.
Quando arrivano le lettere sono tutti molto contenti. I soldi sono veramente tanti e si decide di organizzare la cosa al meglio. In una famiglia , per esempio, si decide che a gestire il tutto sarà nonno Vincenzo, a cucinare e a fare la spesa saranno mamma Concetta e la zia Pina, il cugino Antonio si occuperà di trovare qualcuno che ripulisca la casa, la comare Rosalia andrà a parlare con i professori a scuola per trovare qualcuno che dia ripetizioni ai ragazzi.
Ma appena la zia Concetta e la zia Pina leggono la dieta consigliata saltano sulle rispettive sedie. A parte che molti piatti proposti erano indicati in francese e solo grazie al telefonino di Santuzza si riusciva a capire di che si trattava, erano prevista un sacco di verdura fuori stagione, di serra, frutta esotica dai nomi strani, e poi carote, tante carote, che al piccolo Giusepuzzu non si era ancora mai riusciti a far mangiare. Le poverette un po' sconsolate vanno al mercato e li si arrangiano con quello che trovano, qualcosa riescono ad ordinarlo, altre cose no, è proprio impossibile, ci vuole troppo tempo. I negozianti le prendono pure per matte e qualcuno se ne approfitta. Quando la sera Giuseppuzzu vede le carote prende il piatto e lo butta nel secchio con tutto il controfiletto e addio dieta proteica. Il nonno chiede alle due sventurate il conto della spesa e scopre, scontrini alla mano, che le poverette hanno speso più del previsto e che si erano pure perse qualche scontrino... che gli mandiamo ora al professore ?
Il nonno si informa quindi con il cugino Antonio su come va la ricerca dell'impresa per i lavori di casa.
Il cugino riferisce che ha parecchie difficoltà perché appena dice che ha bisogno delle fatture da mandare al professore, tutti si tirano indietro oppure raddoppiano immediatamente il prezzo. Allora, anche per seguire bene le indicazioni del professore, dovrà scrivere a tutte le ditte della zona e chiedere dei preventivi. Ha infatti già incaricato il geometra di predisporre la lettera con l'elenco dei lavori.
La comare Rosalia invece era stata indirizzata, visto che anche lei era alla ricerca di fatture per il professore, in un centro specializzato per recupero e ripetizioni scolastiche. Il prezzo era alto e i docenti di nessuna esperienza (il guadagno andava tutto al titolare) ma purtroppo non c'era altra soluzione.
Passano i giorni e quando finalmente il geometra consegna al cugino Antonio la lettera per chiedere i preventivi iniziano ad arrivare delle telefonate, qualcuno lo ferma per strada, tutti chiedono al cugino Antonio notizie sui lavori, tutti danno consigli, raccontano e vogliono sapere.
Ma il cugino Antonio va diritto per la sua strada e spedisce tutte le sue lettere. Riceve solo quattro risposte. Tre di queste sono molto alte, ognuna si propone solo per una parte dei lavori e sono stranamente scritte tutte allo stesso modo. Una quarta offerta è più articolata, riguarda tutti i lavori, ed è decisamente vantaggiosa. Il nonno Vincenzo, informato dal cugino Antonio, suggerisce di procedere con cautela perché la ditta che ha fatto l'offerta migliore non è molto conosciuta in paese, sono dei forestieri.
Nei giorni successivi il cugino Antonio prova a contattare la ditta ma questi sembrano essere spariti. Viene poi a sapere che a causa di un corto circuito il loro capannone era bruciato con tutta l'attrezzatura. Il cugino Antonio è cosi costretto a ripiegare sulle tre ditte più care e deve pure sbrigarsi perché il professore vuole notizie e, non appena riceve le prime fatture è pronto a spedire i soldi.
Nel frattempo la speciale dieta proteica procede a ritmo alternato. Le cuoche spendono troppo e il professore rimborsa con troppo ritardo. Senza soldi non possono fare la spesa. E poi il professore si è accorto che stanno comprando cose diverse da quelle previste dal luminare belga e che gli amici stranieri, che per caso hanno trovato tra le carte un biglietto del cinema, non sono disposti a buttare via i soldi, ed hanno interrotto il versamento dei loro contributi.
I lavori all'appartamento procedono a rilento, inizialmente nessuno si decideva a lasciare la propria stanza per far entrare gli operai, poi alla fine il nonno ha liberato la sua così, a rotazione, una stanza per volta i lavori possono procedere, anche se a rilento. Si è poi aggiunto il problema che una delle tre ditte, l'idraulico ha preso un lavoro più grosso e sta trascurando il cantiere facendo rallentare anche gli altri. Il cugino Vincenzo, con l'aiuto del geometra, vorrebbe trovare un nuovo idraulico, ma da un lato l'attuale non vuole rinunciare e dall'altro sembra che nessuno voglia subentrare a lavori già iniziati.
La comare Rosalia intanto è riuscita a far iniziare le ripetizioni a Giuseppuzzu ed agli altri fratelli, ma dopo poche lezioni, tra l'altro già tutte saldate volta per volta, i docenti non si sono fatti trovare, pare non venissero pagati. La comare sta allora cercando delle soluzioni alternative e sembra che in un paese vicino ci sia la possibilità di iscriversi a dei corsi, ma i ragazzi non sono disposti a fare due ore di viaggio per andare alle ripetizioni. La Rosalia, che è un tipo propositivo, sta contattando, sentito il nonno ed il professore, altri parenti, altri cugini, anche loro con lo stesso problema, con l'obiettivo di integrare i vari corsi e se fosse possibile far venire i docenti dai ragazzi.
Tutto va a rilento, il nonno Vincenzo appena riesce a raccogliere un certo numero di fatture e di scontrini li manda al professore, ma è sempre poca cosa.
Il professore insiste e pensa che si sta spendendo troppo poco rispetto a tutti i soldi che era riuscito a farsi promettere dalla parentela e dagli amici, così non ci sarà alcun risultato, nessun impatto, e decide che è forse il caso di controllare di persona.
Nella sua ispezione il professore, accompagnato anche dal cognato Alvise, un commercialista, vuole dare un'occhiata ai lavori, sentire come se la passano i ragazzi, se studiano, se mangiano come dovrebbero. Girando per la casa scopre che solo due stanze sono state completate, una terza è piena di attrezzature e di materiali, ed i lavori sono fermi perché un vicino si è lamentato per i rumori. Il nonno spiega che è solo un pretesto, una vendetta per una vecchia questione sulla proprietà del giardino sul retro.
In cucina, in un congelatore, trova stipati 200 kg di carote che nessuno si decide a cucinare perché a nessuno piacciono, però le hanno prese lo stesso perché erano previste nella dieta del luminare belga.
In salotto Giuseppuzzu sta giocando con un computer portatile. Il professore si ricordava bene di questa spesa perché il nonno Vincenzo gli aveva mandato un fattura che includeva una postazione completa di tutto, stampante, scrivania, sedia ergonomica. Il professore chiede al pronipote dove sono le altre cose e Giuseppuzzu, la voce dell'innocenza, riferisce che lui non ne sa nulla ma che ricorda che insieme al portatile il papà aveva portato il vibromassaggiatore per la mamma e uno schermo piatto per la camera da letto. Giuseppuzzu racconta poi che all'inizio aveva fatto delle di ricerche per la scuola ma poi papà aveva saltato un paio di bollette e gli avevano staccato la linea ADSL. Ora lo usava solo per giocare ed ogni tanto lo portava da un amico per scaricare qualcosa di nuovo.
Disperato il professore decide che senza un intervento esterno che metta a posto le cose non si può andare avanti e chiede al cognato Alvise di rimanere li e di metterci mano, con forza, lui che con le fatture è un esperto. Alvise dice che si può fare, a patto che qualcuno gli rimborsi tutte le spese e gli venga compensato il disturbo. Il professore, costi quel che costi, incarica Alvise di affiancare il nonno Vincenzo in tutte le attività.
Tornato a casa il professore vede subito accadere qualcosa, tanto per cominciare iniziano ad arrivare i rimborsi spese di Alvise e poi, molto lentamente, delle altre spese.
Alvise fa un bel riordino di tutte le carte è riesce a ritrovare parecchi scontrini del supermercato, la fattura della riparazione della caldaia, documenti datati ma comunque del tutto coerenti con gli scopi iniziali e rispondenti ai criteri suggeriti dal professore nella sua prima lettera. Questo permette al professore di spedire dei soldi grazie ai quali si riesce a saldare dei pagamenti rimasti indietro e far ripartire, lentamente, le cose.
Dopo qualche mese, in mezzo alle altre da rimborsare, il professore trova la ricevuta per la riparazione urgente del congelatore. Quello pieno di carote. Il nonno era convinto che sarebbe stato un peccato farle andare a male. E poi i gusti cambiano.
martedì 20 maggio 2014
giovedì 8 maggio 2014
Ho risposto a Renzi sulla Riforma della P.A.
Carissimi
Presidente Matteo Renzi e Ministro
Marianna Madia,
ho accolto con piacere il vostro
invito ed ecco le mie riflessioni su i punti di discussione da voi proposti.
Spero il mio contributo possa
risultare di una qualche utilità.
Saluti
Ing. Aldo Perotti
Riporto di seguito tutti i 44
punti suggeriti. Mi sono ovviamente soffermato in particolare solo su alcuni.
Il cambiamento comincia dalle persone
1)
abrogazione
dell’istituto del trattenimento in servizio, sono oltre 10.000 posti in più per
giovani nella p.a., a costo zero
Prima
di procedere all’abrogazione di un istituto ci si deve domandare sempre le
finalità che, inizialmente, hanno dato vita allo stesso, ovvero, a che serve o
a che serviva il trattenimento in servizio?
Presupposto
del trattenimento dovrebbe essere il principale interesse dell’Amministrazione
di avvalersi della specifica esperienza e professionalità di una risorsa non immediatamente
e/o facilmente sostituibile. Visto che il pensionamento è cosa temporalmente
prevedibile l’Amministrazione in realtà avrebbe il tempo per sostituire la
risorsa (affiancare, formare, ecc.) quindi il problema è quello della
difficoltà di sostituire una risorsa (blocco turnover ma anche rigidità delle
qualifiche e delle mansioni) che se viene a mancare non è rimpiazzabile con
conseguente “crisi” di alcune funzioni. Aggiungiamo che il trattenimento in
servizio può anche “far comodo” per questioni pensionistiche al dipendente che,
oltre a guadagnare qualcosa in più della pensione, può incrementare il monte
contributi e gli anni di servizio per incrementare l’assegno. Il vantaggio del
dipendente e la possibilità per l’Amministrazione di “mettere una pezza” ad un
problema renderebbe il trattenimento in servizio qualcosa di utile. In realtà
l’uso distorto dello strumento, che si concreta nel trattenimento in servizio
del dipendente solo ed esclusivamente nell’interesse di quest’ultimo, concesso
dalla dirigenza probabilmente con leggerezza, costituisce un danno per
l’Amministrazione. Probabilmente l’istituto non andrebbe abrogato, ma piuttosto
diversamente regolamentato per evitarne l’uso distorto e garantire l’effettiva
necessità del trattenimento in servizio del dipendente.
Proposta:
Il
trattenimento in servizio di un dipendente può essere effettuato solo per un
tempo limitato necessario a completare una attività di
affiancamento/trasferimento di esperienze nei confronti di una o più risorse
precedentemente individuate (almeno 6/12 mesi prima) della teorica cessazione
dal servizio. L’Amministrazione sa che sta per perdere una risorsa importante.
Per tempo deve organizzare il “passaggio” per garantire continuità. Se non lo
fa o non è in grado di farlo il trattenimento in servizio è solo un costo per
l’Amministrazione. Ovviamente l’Amministrazione deve essere messa in grado di
individuare al suo interno risorse umane adatte a prendere il posto del
dipendente in uscita.
Forme
di mobilità volontaria ed obbligatoria già esistono nella P.A. Gli istituti del
distacco e del comando hanno negli anni vissuto alterne vicende ed hanno
funzionato spesso come “surrogati” di una vera e funzionale mobilità, ma sono
anche strumenti suscettibili di un uso distorto. La “mobilità per esubero”
credo non sia mai stata attuata perché per attuarla occorrerebbe quantificare
degli esuberi, ma prima ancora definire le effettive necessità di personale,
tutte operazioni queste molto complesse dove tutto è discutibile, organigrammi,
funzioni, carichi di lavoro, ecc.
Ma
cerchiamo di capire perché è difficile “spostare” gli impiegati pubblici. Prima
di tutto bisogna chiarire che, tipo di lavoro a parte, cambiare luogo di lavoro
è sempre qualcosa di poco piacevole e ha sempre dei costi. Viaggiare e/o
spostarsi per motivi di lavoro è un parametro che pesa notevolmente nel
trade-off lavorativo specialmente per i dipendenti pubblici che hanno stipendi
mediamente molto bassi (escludendo ovviamente la dirigenza che ha stipendi
molto alti). Un trasferimento che comporti costi aggiuntivi può incidere in
maniera insostenibile su un impiegato, in concreto diventa una riduzione
importante di stipendio. Ovviamente tutti ambiscono a soluzioni che gli
permettano di comprimere i costi ed i tempi alla ricerca di una migliore
qualità della vita. Lavorare vicino o lontano da casa per un impiegato pubblico
fa la differenza. A complicare ulteriormente le cose ci sono poi le differenze
stipendiali (a parità di funzione e mansione), ma anche altri piccoli vantaggi,
benefit di vari natura (agevolazioni di orario, incarichi, indennità, ecc.),
esistenti fra Amministrazioni per cui certi luoghi sono particolarmente ambiti
ed altri molto meno. Ovviamente nei posti migliori è difficilissimo essere
trasferiti, comandati, distaccati, non essendoci mai carenze di organico e non
essendoci mai nessuno disposto a lasciare una posizione di vantaggio. Allo
stesso tempo dai posti peggiori tutti vorrebbero andar via e di conseguenza la
dirigenza è costretta a bloccare qualsiasi tentativo di allontanamento
respingendo qualsiasi richiesta che è in grado, legittimamente, di respingere.
In estrema sintesi qualsiasi spostamento che abbia per l’impiegato un qualsiasi
trade-off positivo (economia di tempo, maggiore stipendio, benefits, ecc.) è
ovviamente ambito. I trade-off negativi non possono che essere singolarmente,
collettivamente e sindacalmente osteggiati. Va da se che se qualcuno deve
vedere peggiorata la sua condizione lavorativa (e questo deve poter succedere) la
cosa deve essere motivata, anzi direi di più, malmeritata.
Proposte:
Contratto
pubblico unico. Differenziazione stipendiale solo se motivata e ragionata. In
tutta la P.A. allargata (Regioni e società pubbliche incluse) a pari lavoro
dovrebbe, fondamentalmente, corrispondere pari stipendio. Quindi, ferma la paga
unica nazionale, mobilità volontaria libera, a semplice domanda, ovunque
sia richiesto del personale. Le differenze stipendiali dovrebbero essere
meritate, conquistate, sul campo, lavorando. Devono essere ricostruiti dei
percorsi di carriera che tengano conto del lavoro svolto e dell’impegno profuso
evitando metodi di selezione strettamente nozionistici che come è noto non
funzionano, promuovono solo chi ha tempo e modo di studiare/memorizzare (da cui
il detto: o lavori o fai carriera).Vanno abolite le rendite “di posizione” che
creano immotivate differenze da luogo a luogo, da Amministrazione ad
Amministrazione. In tutto lo Stato ad un certo lavoro deve corrispondere un
determinato stipendio base. Va lasciata alla dirigenza la responsabilità di:
premiare, incentivare, penalizzare attraverso qualsiasi strumento legittimo
(come avviene nel lavoro privato), il personale, motivando i diversi
provvedimenti. La dirigenza acquisirà forse un maggiore potere discrezionale
sul personale ma di conseguenza anche una maggiore ed assoluta responsabilità. Allo
scopo di attivare le dinamiche di mobilità volontaria, si dovrebbe lasciare
alla dirigenza un ampio margine di trattativa sulla parte variabile dello
stipendio, questo permetterebbe di incentivare in qualche modo gli spostamenti
di personale, magari verso sedi disagiate. La dirigenza, per una piena
responsabilizzazione, dovrebbe poter “scegliere” e “motivare” il proprio
personale con degli strumenti idonei che vadano oltre l’amicizia e/o la pacca
sulla spalla. La mobilità non deve essere collegata all’idea che “li si
guadagna di più” (senza un vero motivo) ma alla possibilità ovvero, “li potrò
lavorare (se sono in grado) di più e quindi guadagnare di più”
Per
quanto riguarda la mobilità obbligatoria, presupponendo l’attivazione del
contratto unico, li dove fossero presenti degli esuberi di personale appare
chiaro che non sarebbe ne possibile ne giustificato distribuire premi o
incentivi, riducendo tutti alla paga base. Una parte del personale per forza di
cose andrà subito alla ricerca di altre collocazioni (la mobilità volontaria è
libera) dove comunque potrebbe essere possibile ottenere/spuntare, almeno in
prospettiva, un incremento sulla parte variabile. Per il personale che non
riesce ad accedere alla mobilità libera si dovrà far ricorso alla mobilità
obbligatoria attualmente regolata dalla legge, ma dovrebbe essere un problema di
dimensioni ridotte.
3) introduzione dell’esonero dal servizio
All’esonero
dal servizio hanno avuto accesso per un periodo di tempo limitato negli scorsi
anni un certo numero di impiegati pubblici. Probabilmente l’idea nasce
dall’assunto che il personale della P.A. prossimo alla pensione sia, per una
serie di ragioni, scarsamente produttivo, tanto da risultare conveniente
lasciarlo a casa e risparmiare un po’ sullo stipendio. L’impiegato rinuncia ad
una parte dello stipendio ma sostanzialmente è in pensione, un anticipo di
pensione di importo ridotto. Gli unici interessati a questa iniziativa sono
quegli impiegati per questioni soggettive (altri redditi o altre possibilità di
reddito) possono ben volentieri rinunciare ad un po’ di soldi e godersi
anzitempo la libertà dal lavoro.
Proposta:
Si
tratta essenzialmente di un prepensionamento. Se lo scopo è quello di favorire
l’uscita del personale più anziano è forse più opportuno affrontare la
questione diversamente intervenendo caso per caso in quelle situazioni dove
l’uscita anticipata dal lavoro costituisce una possibile soluzione ad un
problema di esuberi. Si potrebbe istituire “lo stato di crisi” di una
Amministrazione dando la possibilità di avviare al prepensionamento i
dipendenti più anziani, pensando anche a degli incentivi, come spesso avviene
nel settore privato.
4) agevolazione del part-time
4) agevolazione del part-time
Anche il part-time ha vissuto
alterne vicende. Prima molto incentivato, poi ultimamente combattuto. Il
problema di fondo è che non è ben chiaro dove finiscono i vantaggi e gli
svantaggi del part-time. La questione è molto complessa e si deve analizzare la
questione sotto diversi punti di vista. Articolazione del part-time: una
articolazione del part-time (per percentuale e/o per forma) avulsa dall’organizzazione
dell’ufficio può risultate molto svantaggiosa per l’Amministrazione in quanto
la risorsa alla fine rischia di essere utilizzata molto meno di quanto previsto
contrattualmente (fino a non esserlo affatto); di contro una articolazione
ritagliata sui momenti più gravosi potrebbe risultare svantaggiosa per il
dipendente che si trova a lavorare quasi come gli altri ma con uno stipendio
inferiore. Tipo di lavoro: alcune attività della P.A. che richiedono continuità
non sono compatibili con il part-time ma allo stesso tempo alcune attività
potrebbero essere svincolate da qualsiasi orario. Part-time di necessità: in
alcuni momenti della vita (figli piccoli, genitori anziani) può risultare
necessario ed economico lavorare (e guadagnare meno) per questioni personali;
favorire queste situazioni è una questione di civiltà.
Proposta:
Il part-time non ha bisogno di
essere agevolato o incentivato, va solo regolato al meglio. Va definito il
perimetro di applicazione del part-time, escludendo alcuni settori ma allo
stesso tempo permettendo lo spostamento di chi ne ha la necessità in settori
dove il part-time è possibile. Va regolata al meglio l’articolazione del
part-time per garantire il possibile reale impiego lavorativo del dipendente che
non deve (neanche volontariamente) risultare “accantonato”.
5) applicazione rigorosa delle norme sui limiti ai compensi che un singolo può percepire dalla pubblica amministrazione, compreso il cumulo con il reddito da pensione
5) applicazione rigorosa delle norme sui limiti ai compensi che un singolo può percepire dalla pubblica amministrazione, compreso il cumulo con il reddito da pensione
E’ un falso problema che sorge
per un uso distorto di strumenti che hanno una loro ragione di esistere. Se i
compensi fossero realmente collegati all’impegno profuso, al lavoro svolto e
non all’arbitrio di chicchessia che fa un uso “disinvolto” del denaro pubblico
a vantaggio di un ristretta cerchia, non sarebbe assolutamente possibile
cumulare incarichi e compensi indipendentemente dalle capacità lavorative
dell’essere umano che dispone di sole 24 ore al giorno. Se si collega il
compenso, realmente, all’impegno necessario, il limite sarà dato,
oggettivamente, dall’impossibilità materiale di svolgere efficacemente più
incarichi. La patologia consiste nell’attribuire incarichi che richiedono poco
o nessun impegno (od anche svolti – senza alcun problema -con poco o nessun
impegno) e nel compensarli in maniera immotivata ed eccessiva. Diverso è il
discorso dei pensionati che con il progressivo passaggio al sistema
contributivo saranno “lavoratori” come gli altri che ad un certo punto della
vita iniziano a recuperare/spendere quanto accantonato in precedenza non
potendo “teoricamente” essere produttivi come un tempo. Impedire, o comunque
contenere, la possibilità per un pensionato di lavorare per lo Stato potrebbe
far venir meno la possibilità di utilizzare proficuamente, ove necessario, la
loro professionalità ed esperienza. Rimane da valutare attentamente il valore e
la necessità effettiva di questo contributo responsabilizzando seriamente chi
sceglie di avvalersene.
6) possibilità di affidare mansioni assimilabili quale alternativa opzionale per il lavoratore in esubero
6) possibilità di affidare mansioni assimilabili quale alternativa opzionale per il lavoratore in esubero
Questa possibilità dovrebbe
intervenire solo alla fine di un percorso di mobilità come alternativa al
licenziamento. Trattandosi di mansioni” assimilabili” in realtà non si dovrebbe
porre il problema se non nella definizione di “assimilabile” che non dovrebbe
essere troppo ampia.
7) semplificazione e maggiore flessibilità delle regole sul turn over fermo restando il vincolo sulle risorse per tutte le amministrazioni
7) semplificazione e maggiore flessibilità delle regole sul turn over fermo restando il vincolo sulle risorse per tutte le amministrazioni
Le attuali regole del turn-over
che lo limitano pesantemente sono essenzialmente mirate a ridurre
progressivamente il numero dei dipendenti pubblici. Se c’è un vincolo di
risorse (che teoricamente devono risultare in costante diminuzione per la
progressiva riduzione dei costi) non si comprende come semplificare e cosa
rendere flessibile. Forse si intende applicare i vincoli a livello di grandi o
grandissime strutture per gestire al meglio uscite ed ingressi dirottando le
nuove assunzioni nei settori bisognosi e svuotando quelli in esubero? Oppure
promuovere una mobilità interna permettendo e favorendo un turn-over tra aree
funzionali con un sistema “a scorrimento” che permetterebbe di coprire le
posizioni apicali con risorse interne e quindi assumere (a costo inferiore) un
maggior numero di qualifiche inferiori il tutto a costi invariati? Il tutto si
concretizzerebbe nel tradurre il turn over in un turn-over finanziario in cui
il rapporto 1 a 5 è relativo ai soli costi del personale indipendentemente da
ruoli e qualifiche. L’uscita di 5 dirigenti potrebbe tradursi nell’ ingresso
non di un solo dirigente ma di 2 o forse anche 3 funzionari o magari di 4 o 5
impiegati.
8)
riduzione
del 50% del monte ore dei permessi sindacali nel pubblico impiego
Va
allineato, se non lo fosse, a quanto previsto per tutti i gli altri contratti
di lavoro. Se il lavoro pubblico è un lavoro come gli altri non si devono fare
distinzioni.
9) introduzione del ruolo unico della dirigenza
10) abolizione delle fasce per la dirigenza, carriera basata su incarichi a termine
11) possibilità di licenziamento per il dirigente che rimane privo di incarico, oltre un termine
12) valutazione dei risultati fatta seriamente e retribuzione di risultato erogata anche in funzione dell’andamento dell’economia
9) introduzione del ruolo unico della dirigenza
10) abolizione delle fasce per la dirigenza, carriera basata su incarichi a termine
11) possibilità di licenziamento per il dirigente che rimane privo di incarico, oltre un termine
12) valutazione dei risultati fatta seriamente e retribuzione di risultato erogata anche in funzione dell’andamento dell’economia
Questi punti fanno riferimento
tutti alla necessaria riforma della dirigenza pubblica. Per quanto riguarda il
ruolo unico ci si domanda perché debba esistere un “ruolo” o un “albo” della
dirigenza. Gli “albi” esistono per delle finalità specifiche a tutela e controllo
di specifiche professioni. Esistono delle procedure abilitanti specifiche per
fare l’ingegnere, il veterinario, ecc. Essendo tante le professioni esistono
diversi albi. Allo stesso modo se riconosciamo come specifiche le capacità,
l’esperienza, la preparazione anche tecnica necessaria per dirigere uno
specifico ufficio dovrebbero/potrebbero esistere tanti ruoli quanti sono gli
uffici. Questo non è ovviamente possibile ma comunque esistono oggi tanti
“ruoli” proprio per voler distinguere in qualche modo le varie specialità. Questo
è tanto vero che molti hanno rivendicato
in passato e rivendicano la creazione di un proprio “ruolo”; parlo dei quadri,
dei professionisti (ingegneri, avvocati, ecc.) della P.A. Quindi un “ruolo
unico” in cui tutti i dirigenti fanno tutto e sanno fare tutto e sono
assolutamente intercambiabili l’uno con l’altro non è una cosa molto
funzionale. L’idea che esista la figura del “manager jolly” buono per tutte le
occasioni è profondamente sbagliata come allo stesso modo è sbagliato il metodo
di selezione che proprio con la creazione del “ruolo” e delle “scuole di
management”, con l’ingresso diretto dall’esterno di manager giovanissimi ed
inesperti, crea enormi disfunzioni e sta distruggendo quel poco di P.A. ancora
funzionante. Nelle organizzazioni che funzionano (le più antiche) le
responsabilità di direzione non si attribuiscono per concorso a quiz (i quiz possono essere sufficienti per la
patente di guida, ma poi quella che conta è la prova pratica). Non si diventa
vescovo o cardinale perché si è scritto bene un bel tema o fatto bella figura
ad un colloquio. Non esiste neanche il concorso pubblico per colonnello o
generale. Nelle strutture che funzionano esistono sistemi di progressione e
carriera che portano ai vertici l’esperienza, la preparazione specifica, lo
studio,la capacità, l’impegno, anche il genio e la simpatia, l’astuzia ma anche
l’umiltà, e qualche volta l’umanità, tutte cose che molto spesso mancano nel
manager pubblico. Non sarà forse che il metodo per selezionarli è sbagliato ?
Quindi ben venga l’eliminazione della figura
del dirigente a vita ma si dia concretezza all’incarico di dirigere che per definizione, come tutti gli
incarichi, i compiti, ha un termine ben definito, va svolto con dei risultati,
si pone degli obiettivi (non sarebbe male definirli prima, nell’incarico, e non
dopo a consuntivo quando misteriosamente tutti i dirigenti raggiungono gli
obiettivi). Se i risultati mancano, o sono scarsi, è evidente che quello non è
il lavoro che adatto a quella persona alla quale non resta che tornare da dove è venuta
(perché licenziare qualcuno che magari è stato un buon funzionario, può tornare
a farlo). Come si nominano i dirigenti ? Se non esiste un ruolo, un albo, un
elenco dei dirigenti, il dirigente può essere chiunque. Chi individua e
conferisce un incarico a qualcuno è direttamente responsabile della scelta che
ha fatto e risponde degli insuccessi della figura individuata. La scelta del
candidato migliore non andrà per forza di cose troppo lontana dalla figura più
esperta e capace (e vicina) disponibile. Altre scelte sarebbero, anche se
sicuramente possibili, profondamente sbagliate. Le immissioni dall’esterno ?
Possibili ma vanno molto ponderate in quanto considerate da sempre figure
“ostili” a meno che non si tratti di figure indiscutibili, di grande spessore,
in grado di innovare, istruire, formare, far crescere una ufficio, una
struttura, anche in termini di prestigio, altrimenti si riducono a “meteore”,
“raccomandati di turno”.
La Costituzione prevede
testualmente: Agli impieghi nelle
pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti
dalla legge. Fino ad oggi è forse una delle norme più “interpretate” ed
eccepite per legge cosicché i dipendenti pubblici assunti per concorso pubblico
“tradizionale” sono solo una parte dei dipendenti pubblici. Il risultato è che la
compagine dei dipendenti pubblici è molto variegata (per formazione, esperienza
lavorativa, provenienza) e spesso si assiste ad un utilizzo distorto delle
risorse umane che per alterne vicende si trovano (pur di lavorare) a far cose
per cui non hanno studiato e ad essere spesso sottoutilizzate. Aggiungiamo che
questo ha come conseguenza che negli uffici i
dirigenti si trovano ad dover organizzare e gestire quello che trovano e ad accogliere quello che capita con pochissima libertà di scelta dei propri
collaboratori (cosa che li deresponsabilizza non poco quando si parla di
risultati).
Forse ripensare in toto le modalità
concorsuali, istituire una modalità di selezione che passi per un periodo di
esperienza sul campo, magari più periodi successivi e in posti diversi, che
permetta di effettuare una migliore selezione, può andare a vantaggio di tutti,
sia della P.A. che del lavoratore.
Anche l’acceso alla dirigenza
dovrebbe prevedere più passaggi, dei periodi di prova. Come per la patente di
guida, i quiz, lo studio (spesso mnemonico), non possono bastare.
Per quanto riguarda il
collegamento tra compensi ed andamento economico del paese potrebbe avere senso
se si potesse dimostrare una qualche forma di correlazione tra il lavoro del
dirigente pubblico e il PIL. Si tratterebbe di una sorta di stock-option sulle Azioni Italia come se un dirigente
pubblico fosse il direttore commerciale di una grande azienda. Sappiamo che non
è così almeno per la maggior parte della dirigenza. La cosa potrebbe avere un
senso solo ai massimi livelli. Alla politica forse si potrebbe applicare questa
interessante proposta. Il compenso del Governo e delle più alte cariche, e sicuramente
pure quello dei parlamentari, va
collegato alla crescita del PIL. Se il PIL diminuisce dovrebbero tutti
accontentarsi tutti di un compenso pari alla pensione minima. Negli ultimi anni
avremmo avuto consistenti risparmi sui costi della politica.
13) abolizione della figura del segretario comunale
13) abolizione della figura del segretario comunale
L’albo dei segretari comunali è
uno degli istituiti volti a sottolineare la specificità della figura che ha
funzioni e competenze particolari. Se col passare del tempo queste funzioni e/o
competenze sono venute meno per
l’evoluzione delle strutture organizzative dei Comuni non ha senso conservare
l’istituto.
14)
rendere
più rigoroso il sistema di incompatibilità dei magistrati amministrativi
Affinché
la magistratura possa affermare il suo ruolo e pretendere il rispetto che
merita la funzione di magistrato (qualsiasi magistrato) dovrebbe essere
“compatibile” solo con se stessa. Il magistrato non può fare nient’altro che il
magistrato.
15)
conciliazione
dei tempi di vita e di lavoro, asili nido nelle amministrazioni
Lodevole
iniziativa. Li dove già è attivata ha riscontrato un grande successo.
Tagli agli sprechi e riorganizzazione
dell’Amministrazione
16)
riorganizzazione
strategica della ricerca pubblica, aggregando gli, oltre 20, enti che svolgono
funzioni simili, per dare vita a centri di eccellenza
Ottimo. Questo permetterebbe di
destinare più risorse alla ricerca e meno al mantenimento di una pluralità di
macchine amministrative.
17)
gestione
associata dei servizi di supporto per le amministrazioni centrali e locali
(ufficio per il personale, per la contabilità, per gli acquisti, ecc.)
Rientra nell’obiettivo generale
di mettere in comune la capacità amministrativa per realizzare delle economie
di scala. Questo ha senso se questa centralizzazione (già esistita nel passato
con i Provveditorati e già presente
–rivista - con la Consip) non costituisce ne una deresponsabilizzazione delle
altre strutture ne una eccessiva complicazione amministrativa. Il fatto di
delegare ad altri parte delle scelte potrebbe portare ad una definizione
incompleta o approssimativa dei bisogni a fronte di ipotetici risparmi, ovvero
l’acquisto di quantitativi sconsiderati come l’impossibilità di rispondere a
precise necessità. Ogni realtà deve conservare la possibilità e la responsabilità di scegliere e decidere
cosa acquistare in termini di beni e servizi e deve poterlo fare nei tempi e
nei modi che garantiscano la funzionalità dell’Amministrazione. Deve essere
garantita una minima autonomia, una pronta cassa con tutte le cautele del caso
(anche un sistema di carte di credito), che permetta agli uffici la stessa
funzionalità di una struttura privata.
18)
riorganizzazione del sistema delle autorità
indipendenti
Le autorità indipendenti sono
realtà piuttosto nuove non previste nella nostra Costituzione pur avendo
funzioni e compiti di rango molto elevato e la cui collocazione” gerarchica”
non è chiara. Pur essendo indipendenti è ovvio che non possono esserlo
totalmente. Probabilmente la riorganizzazione dovrebbe partire da una loro
definizione all’interno della Costituzione. Attualmente dipendono in generale
dal Parlamento e/o dal Governo che ne nomina i componenti. In tal senso
rispondono essenzialmente alla politica e risentono dei cambiamenti politici.
Probabilmente non sarebbe sbagliato trasformarle in organi almeno in parte
elettivi, gli darebbe maggiore forza.
19)
soppressione
della Commissione di vigilanza sui fondi pensione e attribuzione delle funzioni
alla Banca d'Italia
L’operazione comporterà dei costi
per l’inevitabile allineamento dei costi del personale a quelli, maggiori, della Banca d’Italia. O forse si intende ridurre quelli
della Banca d’Italia a livello della COVIP o del Ministero dell’Economia ? In
quest’ultimo caso vedo possibili consistenti risparmi.
20)
centrale
unica per gli acquisti per tutte le forze di polizia
Potrebbe permettere consistenti
economie di scala.
21)
abolizione
del concerto e dei pareri tra ministeri, un solo rappresentante dello Stato
nelle conferenze di servizi con tempi certi
Il sistema dei concerti e dei
pareri trova origine nelle specifiche competenze che sono allocate nelle varie
Amministrazioni. Non esiste la figura del tuttologo e se qualcuno si arroga
questa funzione è certo persona in grado di fare grandi danni. Se si accentra
su una unica figura una serie di competenze questa dovrà comunque cercare il
consenso e l’approvazione degli specialisti così come il medico di famiglia
ordina analisi e visite specialistiche
prima di decidere su una cura. Quindi qualsiasi semplificazione andrà normata
con attenzione. Molto utile potrà risultare lo strumento del silenzio-assenso
ma attenzione, molte strutture pubbliche potrebbero non rispondere non per
esprimere il loro assenso quanto per incapacità amministrativa a rispondere
(mancanza di responsabili, di personale, di risorse), potrebbe venir meno il
presidio dello Stato su qualche fronte se con troppa leggerezza si estendesse
in maniera generica l’istituto del silenzio assenso a tutto. Più intelligente,
nella volontà di stabilire tempi certi,
sarebbe un attento bilanciamento degli strumenti silenzio-assenso e silenzio-
diniego.
22)
leggi
auto-applicative; decreti attuativi, da emanare entro tempi certi, solo se
strettamente necessari
Questa cosa sembra una sorta di contrordine compagni. Si parla da anni
di delegificazione con lo scopo di
gestire i dettagli tecnici con strumenti di ordine inferiore rispetto alla
Legge dello Stato proprio per evitare che alcune complicazioni finiscano per
bloccarsi nelle aule del Parlamento e delle Commissioni ed ora si propongono delle
leggi di immediata applicazione che, per esserlo, devono essere complete sin
nei più piccoli dettagli (moduli standard compresi). La soluzione è nel
comprimere la procedura di emanazione dei decreti attuativi che potrebbero
essere soggetti ad un solo unico ed unico controllo di conformità alla legge
effettuato da un organo tecnico (p.es. Corte dei Conti o Consiglio di Stato) e
nel giro di massimo 15 giorni divenire esecutivi. Se poi ci sono difficoltà per
scrivere i decreti attuativi il problema risiede negli Uffici Legislativi delle
singole Amministrazioni; forse si può iniziare da lì a rimuovere qualche
dirigente e se del caso qualche Ministro inadempiente.
23)
controllo
della Ragioneria generale dello Stato solo sui profili di spesa
Questa iniziativa oltre a
velocizzare le procedure potrebbe responsabilizzare maggiormente la dirigenza.
Va da se che alcuni controlli propri della Ragioneria sarebbe opportuno che
venissero comunque effettuati da strutture interne. In tal senso gli uffici
decentrati della Ragioneria potrebbero essere assorbiti dalle Amministrazioni
ospitanti.
24)
divieto
di sospendere il procedimento amministrativo e di chiedere pareri facoltativi
salvo casi gravi, sanzioni per i funzionari che lo violano
Questa cosa non sta in piedi. Se
qualcuno sospende un procedimento amministrativo lo fa a ragion veduta e a
tutela dell’Amministrazione (dei cittadini tutti) e non per fare un dispetto a
qualcuno (se questo avviene è un reato, è un’altra cosa). Se si chiede un
parere facoltativo, che comunque è un lavoro, lo si fa perché se ne ravvisa la
necessità e non per fare un favore a un collega che si annoia (pure questo
sarebbe un reato). Mi limiterei ad applicare le leggi esistenti in materia
obbligando al rispetto dei tempi cercando di capire, caso per caso, le ragioni
dei ritardi. Nelle maggior parte dei casi dovuti quest’ultimi a seri problemi
organizzativi e raramente all’inerzia del singolo.
25)
censimento di tutti gli enti pubblici
Se occorre fare un “censimento”
per disporre di una mappa della P.A. temo che qualcuno abbia perso il controllo
della situazione. Anche qui si dovrebbero individuare i responsabili .. ma credo
e spero che il Ministero dell’Economia, come anche l’ISTAT già dispongano di
tutte le informazioni.
26)
una
sola scuola nazionale dell’Amministrazione
Serve veramente una scuola dell’Amministrazione?
O forse non sarebbe meglio utilizzare per aggiornare e formare i funzionari ed
i dirigenti le università pubbliche e/o private, l’esperienza all’estero, gli
scambi di funzionari, le organizzazioni internazionali. Le scuole “dedicate”
creano settori chiusi, tendenzialmente autoreferenziali, spesso delle lobby. Si
vuole ancora favorire la creazione di “caste” di alti papaveri , le elites, le
diplomazie, (e già …quelli vengono dalla scuola nazionale …dall’accademia ….) o
forse nel terzo millennio non è il caso di lasciarci alle spalle questi retaggi
ottocenteschi. Si potrebbe eccepire che certe cose non si insegnano
all’Università, occorrono scuole altamente specialistiche. E’ vero, ma quello
che non si insegna all’università si costruisce al lavoro, nella ricerca, nelle
imprese, e viene insegnato da chi ha vissuto certe esperienze e le trasferisce
agli altri nei convegni, nei seminari, in tutte quelle occasioni di crescita
culturale e collettiva che a seguire poi diventano oggetto di studio e di
insegnamento anche nelle Univeristà. Una scuola della P.A. potrà essere così
avanzata ? Fino ad ora non è stato così. Forse più che di una scuola potrebbe
essere utile un istituto che organizza e gestisce la formazione senza però
disporre ne di docenti ne di strutture stabili, prendendo il meglio dentro e
fuori la P.A.
27)
accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione
civile
Da troppo tempo se ne parla. Va
fatto.
28)
riorganizzazione
della presenza dello Stato sul territorio (es. ragionerie provinciali e sedi
regionali Istat) e riduzione delle Prefetture a non più di 40 (nei capoluoghi
di regione e nelle zone più strategiche per la criminalità organizzata)
Si tratta di trasformazioni molto
complesse e di non immediata attuazione. Parlare di Prefetture vuol dire
parlare di prefetti e carriera prefettizia. Si tratta di un altro distinguo
(non diverso dai segretari comunali) che potrebbe essere senza dubbio abolito.
La presenza dello Stato, o meglio del Governo parlando di Prefetture, sul
territorio, andrebbe completamente ripensata non solo numericamente e
geograficamente ma anche concettualmente. Il rappresentante del Governo, il
Prefetto, potrebbe essere sostituito da un dirigente (meglio un incaricato) dotato
di specifiche deleghe governative (diverse da caso a caso), una sorta di
procuratore con funzioni di coordinamento e controllo, con determinati poteri
di firma, di spesa, con competenze territoriali non necessariamente collegate a
dei confini amministrativi. Potremmo avere più Delegati Governativi per ogni
Regione oppure un unico Delegato su più Regioni limitrofe o su aree limitrofe.
Qualche Delegato potrebbe avere competenze specifiche su diversi territori e
bisognerebbe considerare possibile la co-gestione di determinati temi e che un
Delegato funga da coordinatore di altri suoi colleghi. Si potrebbe così
nominare un unico Delegato per la lotta alla mafia nelle Regioni del
mezzogiorno con funzioni definite e distinte rispetto a quelle delegate ai
singoli Delegati Provinciali/Regionali. Questo sistema potrebbe risultare molto
dinamico, a geometria variabile, in grado di rispondere tempestivamente alle
varie necessità.
29)
eliminazione
dell'obbligo di iscrizione alle camere di commercio
Questa è una battuta di spirito.
Le Camere di Commercio svolgono una serie di funzioni relative alla pubblicità
delle attività economiche, alle cariche, ai bilanci, che sono fondamentali. La
Camera di Commercio per le imprese è paragonabile all’Anagrafe per i cittadini.
Vogliamo eliminare anche l’obbligo di iscrizione all’anagrafe per i cittadini ?
Non credo sia utile. Semplificare le procedure, ridurre i costi, rendere più
efficiente il sistema, queste le cose da fare.
30)
accorpamento
delle sovrintendenze e gestione manageriale dei poli museali
L’accorpamento delle
Sovrintendenze è essenzialmente un’operazione mirata a ridurre la spesa. Il
settore, già in grave ristrettezze, non brilla per efficienza per cui ulteriori
tagli non potranno che peggiorare la situazione. La gestione manageriale dei
poli museali credo possa essere ben riassunta dal concetto di Museo Azienda. Il
Museo diventa un’azienda che promuove e vende specialissimi servizi
“culturali”. Vende biglietti, gadget, ospita eventi, concerti, magari anche
feste; in concreto “mette a reddito” il bene culturale. Questo è possibile,
fattibile, non sempre opportuno. In certi casi può essere molto facile e
funzionare in altri l’insuccesso è garantito. I costi per la tutela e la
gestione degli spazi museali sono sempre ingenti ed il pubblico pagante spesso
scarso. Responsabilizziamo i direttori dei musei, diamogli carta bianca e
qualche soldo per iniziare (gli stessi che daremmo ad un gestore/sponsor
privato, che va di moda) e vediamo quello che sanno fare. Rinunciamo all’idea
che un privato che un privato a pari condizioni possa fare di meglio. Se un
privato ci guadagna forse ci sarebbe riuscito anche lo Stato potendo fare le
stesse cose e con le stesse modalità operative. Colleghiamo compensi, carriere,
potere ai risultati e tutto andrà meglio. Nella Pubblica Amministrazione l’origine
di tutti i mali è che quando Tizio lavora a guadagnaci non di rado e Caio e
tutti e due guardano Sempronio che fa carriera.
31)
razionalizzazione
delle autorità portuali
Tema molto specifico. Per addetti
ai lavori.
32)
modifica
del codice degli appalti pubblici
Tema impossibile. Da quando
l’Unione Europea con le sue direttive sta regolando la materia (con conseguenti
continui richiami ed infrazioni), il codice è in continua e costante modifica.
Forse è il caso di alzare bandiera bianca e limitarsi alla pura applicazione
delle direttive comunitarie abrogando qualsiasi norma nazionale/regionale anche
solo lontanamente in possibile conflitto. Limitiamoci al solo recepimento delle
direttive, per quanto non regolato bastano le indicazioni/istruzioni
dell’Autorità. Importante sarebbe alleggerire il contenzioso trovando delle
modalità rapide di annullamento/ripetizione li dove si presentassero degli
errori che, nonostante l’impegno, ci possono essere.
33)
inasprimento
delle sanzioni, nelle controversie amministrative, a carico dei ricorrenti e
degli avvocati per le liti temerarie
Come è noto gli avvocati vincono
sempre. Comunque vada la causa il loro compenso è assicurato (anticipo, spese,
acconti, ecc.). Più tempo passa, meglio è. Bisogna agganciare il compenso degli
avvocati agli esiti della causa anche con il concorso alle spese, avremmo così
una pre-analisi legale del contenzioso. Solo le cause che hanno un ragionevole
motivo di essere vinte troveranno avvocati disposti a promuoverle e ad
incoraggiarle. Le cause perse in partenza non troveranno difensori. Le cause
che meritano il giudizio di un giudice andranno ovviamente avanti, e di corsa,
perché gli avvocati avranno fretta di incassare o comunque di uscirne fuori
limitando i danni. Questa cosa potrebbe funzionare anche nella giustizia
civile, non solo in quella amministrativa.
34)
modifica alla disciplina della sospensione
cautelare nel processo amministrativo, udienza di merito entro 30 giorni in
caso di sospensione cautelare negli appalti pubblici, condanna automatica alle
spese nel giudizio cautelare se il ricorso non è accolto
Si tratta di modifiche sensate ma
vanno inquadrate forse in una più ampia riforma del processo amministrativo
pensando anche a delle soluzioni di pre-contenzioso che diano la possibilità
alle Amministrazioni di concordare soluzioni che contemperino i vari interessi
in gioco, permettano di correggere eventuali errori ed intervenire a sanatoria
ove possibile.
35)
riforma
delle funzioni e degli onorari dell’Avvocatura generale dello Stato
Anche l’Avvocatura dello Stato
rientra tra quei “distinguo” della storia (come i segretari comunali, i
prefetti, e molti altri) che forse andrebbero totalmente ripensati. Non sarebbe
meglio che gli avvocati lavorassero e vivessero nelle Amministrazioni per poter
dare suggerimenti, consulenze, pareri consigli, così come fanno gli uffici
legali delle imprese private? Che senso ha un unico ufficio legale centrale
come l’Avvocatura che quando interviene non conosce nulla se non gli atti di
causa e che prima di entrare nel merito
impiega settimane se non mesi ?
36)
riduzione
delle aziende municipalizzate
Le aziende municipalizzate sono
nate per permettere una gestione “aziendale” di determinati servizi. Se la
Pubblica Amministrazione cambia in chiave moderna, “aziendalistica”,
probabilmente molte funzioni potrebbero tornare ad essere “internalizzate” e
tutto probabilmente a costi molto inferiori. Perché sono proliferate ? Perché
quella “flessibilità” che viene attribuita all’azienda e la rende più funzionale a svolgere certe funzioni è la stessa
che ha permesso un utilizzo clientelare del denaro pubblico, assunzioni facili,
incarichi e compensi ingiustificati, come si legge dalla cronaca. Probabilmente
ridurle non sarà sufficiente, sarebbe opportuno ripensarle oppure privatizzarle
trasformandole in cooperative di servizi.
Gli Open Data come strumento di
trasparenza. Semplificazione e digitalizzazione dei servizi
37)
introduzione
del Pin del cittadino: dobbiamo garantire a tutti l’accesso a qualsiasi
servizio pubblico attraverso un'unica identità digitale
Perché non ripensare la vecchia
carta d’identità elettronica come” smart card” unica che permetta un cumulo di
funzioni inclusa quella di conto corrente individuale nazionale (basta
associare un IBAN) da agganciare al sistema fiscale. Potrebbe essere utilizzata
per i pagamenti, per i rimborsi fiscali, per erogare aiuti ed assistenza ai più
poveri (tipo social card). Per l’attuazione si potrebbe far ricorso ad un
accordo con il sistema bancario (Poste incluse) che potrebbe occuparsi del
rilascio della SMART IDENTITY CARD direttamente ai propri clienti (questo
velocizzerebbe) magari “sponsorizzando” l’operazione e con la possibilità di
promuovere servizi aggiuntivi.
38)
trasparenza
nell’uso delle risorse pubbliche: il sistema Siope diventa “open data”
Iniziativa interessante ma è da
valutare la diffusione di dati che potrebbero essere di difficile interpretazione
per i non addetti. C’è poi da tener conto che i limite della trasparenza è
costituito dal rispetto della privacy. Forse potrebbe essere utile approfondire
il tema tenendo in considerazione il fatto che se tutto deve essere
conoscibile, qualsiasi spesa, contributo, stipendio, incarico, qualsiasi somma
percepita dal pubblico dipendente diventa pubblica allora mi aspetto che
dall’altra parte, per tutti i cittadini, sia palese il contributo al bilancio
dello Stato palesando tutte le dichiarazioni dei redditi ed i relativi
versamenti. Bisognerebbe essere orgogliosi di pagare le tasse. O no ?
39)
unificazione
e standardizzazione della modulistica in materia di edilizia ed ambiente
Sarebbe ora.
40) concreta
attuazione del sistema della fatturazione elettronica per tutte le
amministrazioni
Idem.
41)
unificazione
e interoperabilità delle banche dati (es. società partecipate)
Si può
sicuramente fare.
42)
dematerializzazione
dei documenti amministrativi e loro pubblicazione in formato aperto
Idem.
43)
accelerazione
della riforma fiscale e delle relative misure di semplificazione
Da tenere in debito conto che
l’unica possibilità per combattere una parte dell’evasione (lo zoccolo duro)
passa per le detraibilità di molte delle spese che vengono effettuate dai
cittadini. Va attivato un imponente conflitto di interessi per cui ogni
pagamento effettuato in alcuni particolari settori (idraulici, operai, ma anche
oreficeria,e via dicendo) deve poter essere fortemente recuperato a livello
fiscale. Deve convenire moltissimo chiedere la fattura ed allo stesso tempo
deve costare moltissimo non farla. La fattura deve essere in pratica qualcosa
cui solo un folle rinuncerebbe. Non sarebbe male poi che i pagamenti
elettronici possano sostituire (attraverso il codice dell’operazione o qualcosa
del genere) i documenti giustificativi. Il bonifico all’idraulico potrebbe con
semplici click trasformarsi in una detrazione e quindi in un eventuale
rimborso.
44)
obbligo
di trasparenza da parte dei sindacati: ogni spesa online
L’obbligo è da estendersi a tutte
le organizzazioni ed a tutte le associazioni in qualche modo destinatarie di
contributi o agevolazioni pubbliche (onlus, coop sociali, club sportivi, ecc.).
Roma, 8 maggio 2014
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mercoledì 26 marzo 2014
Riforma PA - Qualche idea
Ho buttato giù qualche idea innovativa su come cambiare il lavoro pubblico nel nostro paese partendo dall'analisi dei momenti principali della vita di un dipendente pubblico. Chissà che non arrivi qualcosa a chi può decidere.
L'ingresso
Su questo tema la Costituzione parla chiaro: si accede per concorso (salvo eccezioni). Ma è il concorso il modo migliore ? Forse no, o non sempre, visto che la stessa Costituzione prevede la possibilità - per legge - di derogare. Il termine concorso è poi abbastanza vago per cui negli anni le modalità operative si sono via via diversificate, specificate, dettagliate, trasformando il "concorso" in oggetto piuttosto misterioso, dalle diverse forme e sembianze in funzione della tipologia di impiego a cui si accede. Si trasforma spesso in "concorsone" con una platea immensa di partecipanti che aumentano in maniera direttamente proporzionale al tasso di disoccupazione. Senza disoccupati chi parteciperebbe ad una selezione così folle? E per uno stipendio, a pari livello, mediamente inferiore a quello di un lavoro privato? Negli anni del boom economico l'impiego pubblico era un "ripiego", un second best. Oggi, in funzione della sicurezza che garantisce, è indubbiamente molto ambito. Ambitissimo addirittura in quei casi, in realtà limitati numericamente rispetto alla platea degli impiegati, dove si può godere di eccezionali e spesso ingiustificati privilegi.
Se guardiamo al passato quando il numero dei concorsi, le procedure selettive, erano molto più numerose, più facili, più o meno pilotate (quanti scandali), ma anche al presente, con prove selettive di carattere sempre più nozionistiche e mnemoniche, che selezionano gli individui essenzialmente per l'attitudine a memorizzare acriticamente un discreta massa di informazioni, forse il concorso come è stato ed è concepito proprio non funziona.
Se pensiamo poi alla necessità diffusissima di integrare il personale con consulenti, precari, ecc. si capisce che il personale selezionato per concorso in più di qualche caso non da i risultati sperati. Se poi, come avviene oggi, addirittura la dirigenza è selezionata con queste modalità senza tenere in alcun conto di altri parametri quali l'esperienza (quella vera non la semplice anzianità) si capisce come la possibilità che nell'amministrazione accedano persone non del tutto idonee è tutt'altro che remota.
Il modo migliore da sempre per valutare, capire e scegliere le persone è metterle alla prova.
Occorre trasformare il tempo passato a valutare le numerose prove in tempo trascorso a valutare il lavoro.
Prima cosa da fare: i voti contano. Il voto di diploma e quello di laurea sono comunque un indicatore riepilogativo di un periodo abbastanza lungo di vita e di esperienza. Stabiliamo delle soglie di voto per l'accesso anche molto alte (credo lo faccia la Banca d'Italia). Se pensi ad un lavoro pubblico sai che devi arrivare ad un certo livello. La prima prova del concorso è così diluita in più anni. Se lo sai, ti impegni.
Ristretta la platea degli aspiranti inizia il percorso di avvicinamento che è per passi graduali con una selezione di tipo piramidale. Si inizia con degli stage volontari ai quali si accede sulla base di pochi parametri tipo età e voto (lasciamo perdere i titoli di preferenza, di qualsiasi natura, serve gente capace non i figli o gli orfani di gente capace, non è il posto pubblico il modo giusto per fare politiche sociali di quella natura). Allo stage segue un primo tirocinio, poi un secondo, poi un periodo di prova e quindi l'assunzione sempre con la formula che solo la metà passa al livello successivo. In pratica 16 stagisti, 8 primi tirocinanti, 4 secondi tirocinanti, 2 alla prova, 1 assunto. Per il passaggio non sono previste prove, test, esami, ma solo la scelta, essenzialmente un voto, delle persone che già lavorano nell'amministrazione (si potrebbe anche ponderare i voti, ma con grande attenzione per evitare posizioni/gruppi predominanti), comunque una sorta di commissione speciale abbastanza numerosa. Ovviamente astenersi parenti e amici (non votano).Tempi lunghi? Troppo complicato? Non credo. Penso che l'intera procedura possa durare non più di sei mesi. Le fasi hanno durata crescente e i partecipanti percepiscono una frazione dello stipendio (prima 1/16, poi 1/8, ecc.) quindi i costi sono gli stessi di assumere una risorsa a stipendio pieno con sei mesi di prova. Alla fine sempre una risorsa rimane stabile al lavoro ma scelta tra 16 e già inserita nella realtà lavorativa (la più inserita).
E i 15 che non ce la fanno ? Possono provare altrove lo stesso percorso. Sempre meglio che stare a casa ad aspettare una lettera raccomandata.
La modalità di selezione piramidale penso possa essere utilizzata in tutti gli impieghi pubblici (anche per le forze dell'ordine, i magistrati) credo con buoni risultati.
La carriera
Una volta entrati nella PA che succede ? Oggi succede veramente di tutto. In alcuni casi (Ministeri) può non succedere più nulla; si può rimanere in un posto per un tempo indefinito a fare lo stesso lavoro. In altri casi si attivano meccanismi automatici o semiautomatici di progressione economica (esercito, magistratura) in parte anche scollegati dal lavoro svolto. Aggiungiamo il fatto che alcuni passaggi, alcuni incarichi, ricadono nella discrezionalità della politica e si scopre che il detto "o lavori, o fai carriera" rappresenta nella PA un assioma. L'indipendenza, in pratica assoluta, tra la variabile composita lavoro-impegno-risultati e l'altra variabile carriera-responsabilità-stipendio è la fondamentale causa della mediamente scarsa produttività del lavoro pubblico a tutti i livelli ed in tutte le situazioni.
Partendo dal fatto che nella Pubblica Amministrazione:
Non è detto che il migliore degli insegnanti diventi Preside
Non è detto che il peggiore dei capitani non diventi colonnello
Non è detto che i migliori funzionari diventino dirigenti
Non è detto che il peggiore dei dirigenti non diventi dirigente generale
Non è detto che chi lavora riceva una qualche forma di considerazione/premio
Non è detto che chi non lavora non venga ugualmente promosso come gli altri
(potrei continuare)
Appare chiaro che in queste condizioni la macchina amministrativa funziona esclusivamente in funzione del fatto che una schiera molto numerosa di persone ritiene, onestamente, di svolgere il proprio lavoro per dovere, per educazione, per amor patrio e perché, anche se poco, lo Stato lo paga. Ovviamente il livello di impegno, presto o tardi, ne risente.
Come uscire da questo vortice infernale che porta a una produttività via via più bassa del personale ?
Potrebbe essere abbastanza semplice secondo il detto "patti chiari, amicizia lunga".
Bisogna definire a priori dei "percorsi di carriera". Chi entra nella PA deve sapere con relativa certezza cosa lo attende se, se e se.... Anche in questo caso si deve tenere conto di modalità "piramidali". Si deve avere, secondo regole certe, la possibilità di accedere ad un livello superiore, ad una posizione di maggiore responsabilità e retribuzione (perché sono quelle le cose che vanno collegate, responsabilità e retribuzione, non altre come avviene di solito con il risultato che identici lavori vengono retribuiti diversamente se uno è dipendente di un Ministero o della Presidenza del Consiglio).
Non sarebbe male anche in questo caso che il sistema di valutazione sia il più democratico possibile. Come nelle cooperative sono i soci che eleggono il presidente nella PA dovrebbero essere i dipendenti che promuovono i dirigenti. Sarebbe anche giusto che il "promosso" possa beneficiare anche del gradimento dei superiori, con la possibilità di un "veto" fortemente motivato, questo per evitare conflitti interni alle strutture. Ovviamente andrebbe studiato un sistema di corresponsabilità e di incentivi/disincentivi che faccia ricadere su chi sceglie le conseguenze di una scelta sbagliata. Se un dirigente è inadeguato, sei tu che lo ha messo li che ti vedi, insieme a lui, decurtato dei premi lo stipendio. In considerazione poi del fatto che è possibile che qualcuno si riveli successivamente inidoneo a ricoprire un determinato incarico il "percorso di carriera" deve essere completamente bidirezionale a tutti i livelli, con la possibilità di "degradare", ovviamente in modo motivato, ma senza troppe complicazioni, chiunque.
Non ho precisato che questo sistema deve anche prevedere la possibilità di inserimenti dall'esterno da attuarsi attraverso la libertà di spostamento orizzontale del personale che deve poter e (dover) occupare posizioni libere. Un piccolo incentivo economico alla mobilità volontaria (e non) renderebbe tutto più semplice e veloce.
E lo scambio pubblico-privato? Si può fare ma solo sulle posizioni libere e dove i "percorsi di carriera" siano inapplicabili per mancanza di risorse. Che senso ha inserire un esterno che non sa nulla quando c'è un funzionario esperto che meriterebbe di essere promosso ? Giusto, che senso ha, ma è quello che avviene quasi regolarmente. Ovviamente l'ultimo arrivato trova di solito un ambiente leggermente ostile che non gli renderà la vita facile. Con conseguenze infauste per produttività e risultati.
La PA ha essenzialmente bisogno di ridurre e magari azzerare i livelli di incazzatura e di frustrazione delle sue risorse frutto di un complesso di norme che sembrano fatte apposta per rendere difficile tutto. Qualsiasi operazione diretta alla semplificazione ed alla eliminazione di anomale disparità, di privilegi ingiustificati e di immotivate complesse procedure contribuirà sicuramente a ridurre lo stress a livelli più accettabili ed ad aumentare la produttività.
L'uscita
L'uscita è la pensione. Si, pare semplice.
Nella pubblica amministrazione si osserva che:
Ci sono persone stanche, frustrate, che vorrebbero andare in pensione e non possono per vari motivi (no età, no contributi, bisogno di soldi).
Ci sono persone molto attive che sono costrette ad andare in pensione ma non vorrebbero (o meglio non vorrebbe la PA perché gli fanno in qualche caso sempre comodo come "memoria storica").
Ci sono persone che, pure se in pensione, continuano per vie traverse a lavorare nella PA cumulando due redditi (alcune volte sono quelle della riga sopra, le più furbe tra queste però).
Ci sono persone che per competenze, età e/o condizioni personali (malattie, ecc.) si trovano oggettivamente nelle condizioni di non poter/voler dare molto alla PA, che sono ancora lontane dalla pensione ed alle quali occorrerebbe trovare una diversa e più appropriata collocazione lavorativa.
Ed altro.
Qualche soluzione.
Stabiliamo un'età (un numero) unica ed universale in cui ogni rapporto tra la PA ed il suo dipendente termina senza possibilità di deroga. Diciamo 70 anni. Nessuno e per nessun motivo (magistrati, ufficiali, direttori, ecc.) può lavorare per la PA dopo quell'età (ammesse solo cariche onorifiche senza retribuzione ne responsabilità alcuna, niente incarichi ne consulenze).
Stabilito che il diritto alla pensione segue nella PA la normativa comune di tutti i lavoratori per età, anzianità, contributi, ecc. sarà possibile per chiunque, se vuole, chiedere di superare l'età e continuare a lavorare fino ai 70 anni alle stesse condizioni. Il prolungamento dovrà essere richiesto/autorizzato dall'Amministrazione solo se realmente necessario e non sarà possibile nel caso ci siano risorse disponibili nel "percorso di carriera", questo per soddisfare le aspettative di chi, più giovane, può legittimamente aspirare a fare un passo avanti. In caso di mancanza di autorizzazione il diritto alla pensione diventa un dovere e si potrà comunque svolgere una attività secondaria ovviamente non per l'Amministrazione di provenienza
mercoledì 19 febbraio 2014
Renzi si... anzi no.
Essenzialmente un cattolico di sinistra, quindi teoricamente con una base di Valori adeguata e solida (dal mio punto di vista).
Potrei, dovrei, essere un suo convinto elettore.
Aggiungo che è bravo. Molto bravo. A parlare è decisamente molto bravo. Direi televisivo. Un ottimo presentatore e quindi in grado di raggiungere tutti, proprio tutti, gli elettori; in grado di raggiungere e parlare alla "pancia" del paese. Capace, e non è affatto scontato, di tener testa a molti, pure a Berlusconi (Prodi per riuscirci, a quei tempi, si dovette sforzare non poco).
E' pure fortunato. Una carriera politica rapidissima all'interno del PD e nelle amministrazioni. Provincia, Comune e ora Palazzo Chigi. Un cavallo (o un carro) vincente, ed infatti molti scommettitori si spostano su di lui (oppure salgono direttamente sopra).
Ma mi domando: in un paese come l'Italia in cui le barriere per l'accesso a determinati settori, la politica tra questi, sono altissime; dove la scala sociale è sostanzialmente congelata come nell'India delle caste e nella Cina dei mandarini; e dove la meritocrazia consiste essenzialmente nel merito di essersi scelto i genitori e gli amici giusti e nel dirsi disponibili ad accettare il loro aiuto; è mai possibile che a 39 anni qualcuno meriti veramente di essere il più giovane capo del governo europeo, tra l'altro bruciando tutte le tappe ?
La risposta è no, non è possibile.
Se scorriamo il curriculum del nuovo capo del governo, dimenticandoci dell'età, non troviamo nulla, veramente nulla di eclatante. Ci sono decine di amministratori pubblici che per titoli di studio, per esperienza, per preparazione, sono sicuramente - almeno sulla carta - molto più meritevoli. Letta ad esempio, già deputato, già Ministro, ma con il grave handicap di non aver mai vinto alla ruota della fortuna... sigh, si presentava forse meglio.
Sarei portato a pensare che l'ascesa rapidissima di Matteo Renzi sia riconducibile al combinato disposto di tre fondamentali fattori: capacità oratoria, fortuna (al posto giusto al momento giusto) ed italico "sostegno esterno".
- Capacità oratoria: serve per farsi eleggere e convincere gli altri. E tipica dei commercianti. Non c'è garanzia sulla qualità del prodotto che loro si limitano a promuovere e non a produrre. Si rischia la fregatura. Vent'anni di Berlusconi dovrebbero avere chiarito anche ad altri l'idea.
- Fortuna: il problema delle persone fortunate è che non si sa mai se la fortuna si possa allargare anche a quello che toccano. Nel senso che una persona fortunata non è detto che "porti bene". Potrebbe essere fortunato solo per se. Ovvero se imbarco Renzi che è fortunato non è detto che la nave non affondi, anzi. Lui si salverà perché è comunque fortunato, gli altri no.
- Sostegno esterno: in Italia tutte le posizioni di potere sono collegate alla volontà di qualcuno di farti accedere a quelle posizioni nella convinzione che tu possa risultare, prima o poi, utile. In questo Renzi (cresciuto all'interno di un Partito) è assolutamente uguale agli altri e quindi, come tale, pieno di "debiti" da onorare e di "vincoli" da rispettare.
Fonzie (vi ricordate Happy Days), che è stato facilmente associato a Renzi, oltre ad un certo atteggiamento, aveva quasi le stesse caratteristiche, gli stessi fattori di successo. Capacità oratoria: Fonzie era ascoltato da tutti. Era carismatico. Dava i consigli giusti. Fortuna: Fonzie era fortunato. Gli riusciva tutto. Dava una botta e il jukebox suonava la sua canzone.
Però Fonzie sul fattore "sostegno esterno" era decisamente carente (figlio di immigrati italiani - Fonzarelli), ed infatti faceva solo il meccanico. Un bravo meccanico. Forse per questo, nel confronto, mi rimane più simpatico Fonzie che Renzi(e).
Ma comunque, fra tutti, ho sempre preferito ed ancora preferisco Richie.
mercoledì 27 novembre 2013
La scelta
Una legge di un paio di mesi fa ha trasformato il posto dove lavoro, un Dipartimento del Ministero dello Sviluppo Economico in una Agenzia "governativa" lasciando la possibilità a noi dipendenti di "optare" per rimanere in organico al Ministero piuttosto che transitare d'ufficio nella nuova Agenzia per la Coesione.
Si pone il problema di fare un scelta non da poco, il lavoro nel bene e nel male costituisce un buon 50% (possiamo discutere sulla percentuale) della vita di ognuno e quindi non è come scegliere il telefonino (cosa che pure causa un certo stress).
Come si fanno le scelte nella vita ? Ho pensato e ripensato ad altre scelte nel passato e mi sono accorto che in fondo quasi tutte le scelte che si fanno sono sostanzialmente al buio. Si scegli sulla base di una serie di ipotesi, di aspettative, anche di illusioni, tutte collegate ad una tale complessità di eventi che una valutazione attenta delle conseguenze della singola scelta è, credo, umanamente impossibile.
Un giocatore di scacchi, quando fa una mossa valuta le possibili contromosse dell'avversario, quindi le sue, costruisce così una serie di scenari possibili e sceglie quello che appare il più conveniente. Il computer fa lo stesso, attribuisce punteggi ai possibili scenari e sceglie la mossa che lo porterebbe a quelli più elevati fino allo scacco matto.
Non è però possibile affrontare le scelte come una partita a scacchi, molto più numerose sono le variabili in gioco, decisamente più imprevedibili le contromosse del futuro e della fortuna. Dobbiamo poi aggiungere nei nostri conti alcune componenti di natura "sociologica" che non possiamo sottovalutare; non possiamo - la maggior parte di noi - trattare le persone a noi vicine come pezzi degli scacchi, magari "sacrificabili" per raggiungere un obiettivo o uno scopo diverso; già i pezzi degli scacchi non sono tutti uguali, a maggior ragione le persone sono tutte diverse e diversa è l'importanza che gli attribuiamo nei diversi momenti della nostra vita. Per cui nel cambiare lavoro hanno un peso anche le amicizie, i colleghi, il clima ed in generale l'ambiente di lavoro a cui uno con il tempo, nonostante tutto, si abitua fino ad affezionarsi.
La scelta quindi per essere agevole, immediata, facile, dovrebbe contrapporre possibilità immediatamente diverse. Se le differenze sono ignote e futuribili la scelta è necessariamente "al buio".
Quando uno cambia per guadagnare molto di più (o per tutelare -non mettere in forse - certe posizioni acquisiste), perché valuta sicure prospettive economiche e/o di carriera, la scelta è facile, direi obbligata. Ma quando le differenze economiche non sono così rilevanti, non così sicure, allora tutto diventa difficile, si passa alle ipotesi dei possibili sviluppi come anche a delle vere e proprie analisi di rischio, ovvero: nella malaugurata ipotesi che... che... o... che... non è che... oppure che... che... che.. non è che finisco tra la sempre più numerosa schiera dei disoccupati ?
Così a governare molte scelte, se uno ci pensa, non è proprio la razionalità, la logica, quanto piuttosto la "pancia", le sensazioni, l'ottimismo o il pessimismo del momento, la paura, l'idea che uno si fa di un plausibile futuro e le relative aspettative come anche, spesso, uno spirito di emulazione, il seguire quello che fanno gli altri, magari gli amici, i colleghi, i capi e perché no, i furbi di professione, quelli che fanno sempre la scelta giusta.
Dal canto mio, già da qualche giorno, ho deciso che, essendo fondamentalmente un pigro, nella generale incertezza, sicuro di perdere qualche cosa come anche speranzoso di guadagnare qualcosa in più, poco propenso a ricominciare da capo in un altro ambiente di lavoro, assolutamente affezionato ai miei colleghi (indipendentemente dalla loro razza, sesso, credo e tipo di contratto) nonostante la maschera ostile e arcigna che a volte mi diverto di indossare con qualcuno di loro, non posso far altro che rimanere nella nuova Agenzia. Speriamo bene...
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